Il concerto di Sparklehorse all’Horus Club di Roma viene aperto dai Norfolk
& Western, americani dell’Oregon. Abbiamo un rock "west-coast"
che allo stesso tempo suona freddo e distaccato. È vero, l’Oregon sta
a Nord-Ovest!! La loro musica assomiglia moltissimo a quella della band che
li promuove, gli Sparklehorse, appunto.
I ragazzi sono tecnicamente perfetti: il canto, prevalentemente in falsetto,
è acuto e lineare; la ritmica degli elettrofoni (chitarre e basso)
è ricca e dinamica, la batteria, suonata da un’esile donna, semplicemente
impeccabile in tutta la sua raffinatezza.
Durante il concerto i N&W impiegano anche un paio di strani strumenti:
il primo è un cordofono a pizzico elettrico che ricorda molto, per
la posizione in cui si suona e per la sua forma, quello usato nel "Ni"
giapponese. La differenza sta nel materiale in cui è realizzato e nella
grandezza: quello del Ni è in legno ed è molto grande (lungo
più di un metro), mentre questo era metallico e lungo meno di 50 cm.
Il suono di entrambi è molto simile. Il secondo strumento è
costituito da un tubo metallico del diametro di circa 5 cm e dalla lunghezza
di una trentina. Immaginatevi un grosso bicchiere di alluminio. Sulla superficie
piatta che chiude il cilindro è fissata una lunga e rigida molla. Agitando
il cilindro con il lato aperto davanti al microfono si ottiene un suono che
ricorda un pezzo di lamiera che ondula.
I N&W lasciano per ultimi i brani più impetuosi raggiungendo tinte
post-punk alla Sonic Youth. Chiudono ringraziando il pubblico e Sparklehorse.
L’attesa ci viene consolata con il rumore di fondo della prima e title-track
di "It’s a wonderful life": piccioni disturbati da suoni elettronici.
Arriva Mark Linkous front-man degli Sparklehorse di fronte a circa 300 persone
insieme ad un solo altro musicista. È vero che Mark Linkous suona la
maggior parte degli strumenti in due album su tre, però in concerto
una band completa avrebbe fatto tutt’altro effetto.
Le basi sono comunque tutte "suonate" (a parte gli effetti elettronici
naturalmente) e ricchissime di strumenti, peccato non vedere i violoncelli
e le trombe sul palco! Il musicista che accompagna Mr. Linkous suona alternativamente
la batteria ed il basso.
Le versioni dei brani suonati sono tutte fedeli a quelle discografiche; è
ovvio che un concerto del genere non lascia alcuno spazio ad improvvisazioni.
Quindi si susseguono, fra le altre, "Someday I will treat you good",
"Gold day", "Heart of Darkness".
Sull’intera parete dietro di loro vengono proiettate immagini attinenti ai
pezzi presentati. Un’intera canzone è rappresentata da una strada di
campagna molto nebbiosa che scorre, vista da un parabrezza; un'altra raffigura
un cielo blu attraversato di tanto in tanto da uno stormo di storni; altre
ancora sono a base di natura morta; infine i cavalli non potevano mancare.
Il tutto, come i suoni, in chiave lo-fi: le immagini erano disturbate, mosse,
sconnesse. La proiezione di queste immagini ha voluto compensare la mancanza
di azione sul palco.
Mark Linkous ha interagito con il pubblico improvvisando dei concorsi a premi
immediati tramite i quali si poteva vincere una t-shirt. Per esempio chi ha
indovinato quanto tempo ci avessero impiegato Linkous ed il suo collega a
raggiungere Roma da Ginevra ne ha vinta una. L’ultimo pezzo prima del bis
è stato "Homecoming queen". Linkous ha chiesto al pubblico
di cantarla insieme a lui e la risposta è stata totale: ogni spettatore
conosceva bene il pezzo.
Un ottimo concerto di rock alternativo.
Francesco Collepardo