Avete mai fatto caso alla musica che passa all'arrivo
in un qualsiasi aeroporto, in un qualsiasi momento, di una qualsiasi città del
mondo? Esatto, quella innocua, incolore, musica d'intrattenimento che
viene emanata dagli speakers, attenta a non causare disturbo all'eventuale
messaggio diramato per i ritardatari dell'ultimo momento. Bene, se al
vostro ingresso al ritiro bagagli vi accogliesse, come per magia, Couldn't
Stand The Weather di Stevie Ray Vaughan ci sono buone possibilità che
siate a Austin, Texas, Stati Uniti d'America. E quella che si definisce Live
Music Capitol of the World è stata, per una settimana a metà Marzo,
teatro della IX edizione del South By Southwest Music Festival, senza dubbio
uno dei Festival più importanti che si svolgono negli US, indubbiamente
una specie di State of The Union della musica americana a cui partecipano,
in forze sempre più numerose, tantissimi gruppi provenienti da tutto
il globo terrestre.
Quella di chi vi scrive è stata la prima partecipazione
all'evento che, nato ufficialmente come showcase della texas music prima
e delle migliori unknown bands americane poi, si è gradualmente trasformato
in una sorta di vetrina dove il sottobosco dello showbiz americano in tutte
le sue forme (etichette, managements, agenzie di booking) mette in mostra
i suoi migliori prodotti. Oramai il SXSW non è più una vetrina
per nuovi gruppi alla ricerca di nuove opportunità, ma solo un magnifico
display della miglior musica indipendente prodotta in America e non solo.
La partecipazione in massa (oltre 100 gruppi tra le migliaia partecipanti)
di bands da tutto il mondo ha dato ormai all'evento una valenza internazionale.
In
un susseguirsi di eventi (parties e showcases più o
meno ufficiali), nei quattro giorni del Festival si sono alternati sui palchi
dei clubs di Austin, più di mille bands provenienti da ogni parte
del globo. Un'impressione su quello che, rinunciando a malincuore a
decine di altri concerti ogni sera, chi vi scrive ha visto e sentito.
The Winners:
Steve Wynn and the Miracle 3
Non sono mai stato un
fan del vecchio (si fa per dire, sembra ancora un ventenne
) Steve, ma debbo riconoscere che lo spettacolo offerto
sul palco rende veramente giustizia a quello che, probabilmente, è stato
il miglior rock'n'roll act offerto in tutto il festival. In una
delle tre esibizioni a cui ho avuto la fortuna di assistere (è sempre
bello potersi ricredere, in positivo, su di un artista) Steve e la sua band
(menzione d'onore per Jason Vincent, chitarrista extraordinaire e
vero motore sonoro del gruppo), di valore assoluto, ha contribuito a dare
alle canzoni un piglio aggressivo che ha elevato ognuna delle performance
da me viste, sopra quelle di ogni altro rock act che lo accompagnava. In
particolare, l'incendiario show del Jovita's ha veramente stupito
chi scrive (e probabilmente tutte le altre persone in una sala assolutamente
stracolma in ogni ordine di posto) per intensità della performance
e qualità delle canzoni. Se il nuovo disco sarà su questo piano
di qualità, dovrebbe diventare in assoluto un must-have del
2005.
South San Gabriel
In una serata parzialmente rovinata
da grossi problemi di soundcheck (l'evento era lo showcase della rivista UNCUT, al Vibe, con
il meglio di tutto il panorama alt.country attuale), i SSG hanno offerto
una delle migliori performance di tutto il festival, certamente la più bella
come atmosfera. La genialità di Will Johnson (già leader dei
Centro-matic di cui i SSG sono un progetto parallelo), assieme all'incredibile
vocalita' dello stesso, unita ad una formazione completa sotto tutti
i punti di vista (organo, tastiere, tre chitarre, batteria e pedal steel)
ha ipnotizzato il folto pubblico (il locale era strapieno) per una mezz'oretta
creando un intreccio sonoro in grado di unire il miglior alt.country ad atmosfere
psichedeliche quasi floydiane, con il timbro younghiano di Johnson ad amalgamare
il tutto. Ballate lente ed atmosferiche che hanno riempito la sala e riscaldato
il cuore dei presenti.
Grand Champeen
La band di casa (sono di Austin), vista
al Room 710 durante lo showcase della loro etichetta, la GLURP, ha offerto
in assoluto il miglior
rock'n'roll act di tutto il SXSW. I tempi un po' scalcinati
dei Soul Asylum e dei Replacements (gruppi a cui, comunque, i GC pagano ancora
un grosso tributo, più in termini di attitudine che di ispirazione)
sono ormai dietro le spalle, così come gli echi di quell'alt.country
un po' di maniera. Il set, quasi interamente composto da pezzi del nuovo
disco in uscita è basato su di un rock'n'roll robusto e
articolato ancora figlio del punk degli esordi, ma adesso arricchito da armonie
vocali e melodie meno scontate figlie dei migliori sixties. A risaltare,
comunque, rimane l'incredibile carica del live set che questi ragazzi
sanno ricreare come poche altre bands, un act assolutamente devastante che
da solo vale il prezzo del biglietto. Da vedere.
Alejandro Escovedo
Nella splendida cornice del parco
che si snoda sulla riva del fiume, a due passi da Downtown, nella prima esibizione
dopo la lunga
cura cui ha dovuto sottoporsi per via della sua malattia, Alejandro Escovedo
ha messo in scena un'esibizione particolarmente ispirata. Con l'inserimento
di una sezione archi composta da violoncello e violino ad una già grandiosa
band (arricchita dal compare ex-True Believers John Dee Graham alla chitarra),
il concerto è stato un rincorrersi fra delicate e atmosferiche ballate
con momenti in cui il rock faceva da padrone, aiutato dalla spinta poderosa
degli archi che aggiungevano sempre qualcosa all'esecuzione. Memorabile
l'esecuzione di una I Wanna Be Your Dog di stoogesiana memoria, dove
la spinta degli archi ha reso, se possibile, il ritmo ancora più incalzante.
Un grande ritorno, e una grandissima conferma per chi scrive.
Spottiswoode and His Enemies
In assoluto, una delle
sorprese più liete di tutto
il festival e l'assoluto highlight dello Swollen Circus Festival,
l'ormai storico evento (arrivato alla sua nona edizione) che si svolge
nell'altrettanto storico Hole in the Wall su Guadalupe street. L'evento,
che si svolge la sera prima dell'inizio del festival, fa da opener al
SXSW stesso ed è solitamente frequentato dal meglio degli artisti
che, di lì a quattro giorni, si esibiranno poi ufficialmente all'interno
degli showcases.
Nonostante la formazione allargata (basso, batteria, chitarra,
voce, organo e sezione fiati) non ne favorisse l'esibizione in un contesto
di frequenti cambi palco, questi ragazzi di Brooklyn hanno offerto una performance
assolutamente fantastica. Echi di rythm'n'blues, mixati con sano
rock'n'roll da un feeling "malato" quanto basta e una
presenza scenica sul palco di prim'ordine, il tutto condito da testi
ironici e vagamente teatrali. Jim Spottiswoode, il cantante e leader (sul
palco) della band, ha contribuito con la sua performance ad alta gradazione
Waitsiana, a rendere l'esibizione della band qualcosa da ricordare.
The good news
The Silos
Assistere ad un concerto dei Silos è sempre un evento
di per se, poiché la dimensione live della band cambia radicalmente
rispetto a quanto proposto dal gruppo sui dischi. Il suono si fa compatto
e rockeggiante, anche se finisce per appiattire alcuni episodi di un repertorio
che, invece, è di alta qualità compositiva. Visti in varie
occasioni, i Silos hanno offerto diverse facce del loro suono, fortemente
influenzate dal tipo di ambiente in cui si svolgeva lo show. Più intimisti
dove il locale lo permetteva (come al Mother Egan's, in assoluto la
loro miglior esibizione, dove anche i pezzi meno ritmati riuscivano a coinvolgere
senza che l'asse musicale virasse sul rock duro), quasi ai confini dell'hard
rock quando il volume generale era più alto, con ovvia perdita di
un'atmosfera che, negli episodi più lenti, è assolutamente
essenziale.
The High Strung
C'era molta curiosità, da parte di chi scrive,
per questo gruppo di Detroit. Trovato per caso in rete, i documenti da me
ascoltati non rendevano che parzialmente giustizia alla musica della band
che invece, dal vivo, si è dimostrata una bella sorpresa. La componente
punk (più che altro accentuata dalla furia dei live set) non è che
un tassello nella vena compositiva della band il cui lato pop, accompagnato
da dissonanze melodiche degne dei Camper Van Beethoven, ricorda un po' i
migliori Meat Puppets. Se messi in condizione di sprigionare la loro energia
(come non sempre è stato nelle esibizioni alle quali ho assistito,
causa impianti sonori alquanto approssimativi), gli HS sono un gruppo altamente
coinvolgente anche se non facile da ascoltare.
Richmond Fontaine
Buone nuove, per il gruppo di Portland,
Oregon. La cosa che salta agli occhi immediatamente è la rinnovata atmosfera, molto
più focalizzata e rilassata, rispetto alle altre volte in cui mi era
capitato di vederli dal vivo. Pur rimanendo la qualità del materiale
proposto di prim'ordine, le esibizioni del gruppo mi sono sembrate meno
approssimative e più compatte nel ricreare un tipo di suono che attualmente
si allontana dal punk degli esordi per abbracciare il folk d'autore,
virato nella sua versione più rock dagli ottimi musicisti che compongono
la band. Se la perdita della lap steel ha reso il suono meno particolare,
la chitarra solista che ne ha preso il posto ha uno stile altrettanto personale
che riporta il suono al Neil Young elettrico dei primi anni '90.
IcanLickAnySonOfABitchInTheHouse
Unico evento extra-festival
a cui mi è capitato di
assistere, attirato dalla ferrea reputazione live di questo gruppo di Portland,
Oregon (anche loro
), mi sono ritrovato al centro di un ciclone hard-punk'n'roll
messo insieme da questi cinque ragazzi. Con la voce di Mike D., nonostante
le precarie condizioni fisiche, a tagliare come una lama, il compatto muro
di suono creato dalla band, esaltato da un'armonica incendiaria ad occuparsi
delle parti soliste. Duri e assolutamente puri, i SOB suonano l'hard
rock come dovrebbe essere: attitudine punk, una buona base di rock'n'roll,
spruzzate di blues e un tocco di country, senza nulla togliere all'impegno
politico e sociale dei testi. Senza nulla da invidiare a gruppi più famosi
come Nashville Pussy o Supersuckers, un live set come pochi altri in giro.
The 22-20's
Il classico caso in cui, per una volta,
gli strombazzamenti della stampa specializzata non sono solo una copertura
per una mancanza di
contenuti. Questi ragazzi inglesi, sul prestigioso palco di Stubb's,
hanno dato vita ad un concerto realmente ispirato, lontano anni luce dalla
pochezza strumentale e compositiva di altre band attualmente di moda (come
Strokes o Jet) a cui la stampa li associa. Con un repertorio assolutamente
ancorato nei sixties, i 22-20's pagano un tributo di sangue al blues
inglese e ad alcuni dei suoi maggiori esponenti (Bluesbreakers su tutti),
anche se la freschezza compositiva ricorda gli Stones degli esordi senza
però le carenze strumentali dei "rotolanti". Se la stampa
inglese, dopo averli esaltati, non li fará ripiombare nella polvere,
un gruppo da seguire.
The On-par
Willard Grant Conspiracy
Duramente penalizzati da una situazione tecnica inadeguata,
i WGC hanno offerto una prestazione leggermente sotto le attese per chi scrive
non tanto per il feeling generale della stessa, ma per la comparazione con
quello che, in Italia, avevo avuto la fortuna di assistere qualche mese fa.
Un passo indietro, insomma, rispetto al recente passato. Un set che ritornava
alle atmosfere di Regard the End, ma in cui la formazione allargata è stata
messa a dura prova da un suono generale al limite dell'indecenza, con
alcuni strumenti assolutamente scomparsi nel marasma sonoro e altri che lavoravano
sulle stesse frequenze annullandosi a vicenda. Nonostante la voce sempre
degna di nota di Robert Fisher e l'oscura bellezza delle sue ballate,
un'esibizione che niente aggiunge alla storia della band.
Lucero
Inneggiati dalla critica per l'aver miscelato country
e punk come nessuno nel recente passato, il gruppo di Memphis ha offerto
un'esibizione solida ma incolore. Nonostante l'incitamento indiavolato
del folto pubblico, sia le canzoni che il mood generale dello show sono sembrate
assolutamente di maniera e incanalate sui binari del deja-vu, con composizioni
accattivanti ma che lasciano poco spazio all'immaginazione e melodie
rurali assolutamente ordinarie, seppellite sotto una tonnellata di distorsioni
e la solita vecchia ma oramai abusata attitudine alternative. Sicuramente
al di sopra della media del genere, ma anche niente to die for.
Kevn Kinney
L'ex chitarrista dei Drivin'n'Cryin',
poderosa rock band di Atlanta, Georgia, è sempre stato un compositore
eclettico e ispirato. Sempre in bilico tra un'attitudine che sta tra
la beat generation e la tradizione blues, KK è stato protagonista
di un set imperniato sul blues e sul funk, riveduto e corretto dalla presenza
di un sax che colorava il tutto con improvvisazioni jazzistico-sperimentali.
Un'idea buona, caratteristica dei dischi di Kevn, che però sul
palco si è rivelata poco convincente, penalizzata dall'arrangiamento
un po' approssimativo di alcuni pezzi e da un'attitudine un po' troppo
free della band. Il materiale, ascoltato su disco, aveva tutto un altro spessore.
Da rivedere, probabilmente, lontano dalla precarietà (soprattutto
sonora) di uno showcase.
John Dee Graham
L'ex True Believers, fresco di divorzio
con la sua etichetta, la New West (verso cui ha ironicamente inveito durante
lo show),
accompagnato da una sezione ritmica di alto livello (The Fighting Cocks)
che gli ha permesso di dare sfogo al suo cristallino talento chitarristico,
ha deliziato i presenti con il suo texas-roots rock ad alto potenziale incendiario.
Un'esibizione muscolare e ispirata, quasi a voler ribadire la distanza
che intercorre tra i dischi del buon John Dee e la sua dimensione sul palco.
Certo, la qualità delle sue prestazioni come chitarrista e cantante
non è mai in discussione: lo è, almeno alle orecchie di chi
scrive, la qualità del suo materiale che, anche se filtrato attraverso
la cura a base di steroidi delle sue esibizioni live, risulta sempre qualcosa
di già sentito, un limite che rimane, comunque, intrinseco del genere.
Niente di nuovo, insomma, per cui valga la pena di scavare.
The Capitol Years
Accompagnati da buona stampa e compagni
di strada e d'agenzia degli High Strung, ero molto curioso di assistere all'esibizione
di
questa band di Philadelphia. Alla fine dello show, la conferma di molti lati
positivi e qualcuno negativo. Per quanto riguarda i lati positivi, la band
ha confermato la buona presenza sul palco, nonché la capacità di
coniugare particolari armonie vocali con una esecuzione strumentale di intensità al
di sopra della media. Le note negative, invece, vengono soprattutto dalla
qualità delle canzoni, assolutamente nella norma, e da quella attitudine
figlia del momento che fa si che tutte le bands del circuito underground,
per attitudine o per scelta, cerchino di enfatizzare il loro lato velvettiano
(che i CY hanno esaltato con una buona, comunque, resa sonora di I'm
Waiting for my Man) come la dura legge del business (dall'ascesa del
nuovo New York sound in poi) impone a chi ha propositi di carriera.
Una specie di Verve con il rock nel motore. Bravi, ma niente di più.
The Deathray Davies
Stesso discorso, in altra situazione,
si può fare
per questa band di Austin. La qualità delle composizioni è indubbia:
quello che invece contribuisce a rendere il tutto molto meno speciale è questa
attitudine a conformare il sound su canoni velvettiani che oggi sono molto
popolari in tutto il mondo musicale. I DD sono molto bravi, meno ispirati
a livello compositivo dei Capitol Years, ma hanno un feeling garage più genuino
e le canzoni, scure e ossessive quanto basta, suonano in generale molto meglio.
Purtroppo, che lo vogliano o meno, quel feeling di "già sentito" che
permea le loro composizioni, per un'orecchio attento alla musica contemporanea,
non può far altro che diventare decisivo nella loro valutazione.
Tom Freund
Sorpresa in positivo, invece, per il cantautore
californiano. Scrittura ispirata e soluzioni strumentali atipiche, aiutate
dalla presenza
nella band di ottimi musicisti come la sezione ritmica dei Silos (in assoluto
la macchina sonora più potente di tutto il Festival) e da suo stile
eclettico alla chitarra, hanno contribuito a dare al suo live set un sapore
del tutto particolare, superiore a livello qualitativo rispetto al calderone
roots della scena texana. Certo, niente di veramente entusiasmante o innovativo,
ma in un genere che sta segnando il passo da tempo come il roots rock non è poco.
Da risentire, e rivalutare, in una situazione diversa da uno showcase dove
la durata dello show tende a sfavorire chi è sul palco.
Ian Hunter
Sapore di grande evento fine anni settanta
per l'ex Mott the Hopple, supportato da una band con i controfiocchi ed autore
di
un set perfetto in tutto e per tutto. La voce è ancora quella, il
tiro della band pure (nonostante qualche schitarrata fuori tempo massimo del
solista, quasi come se 25 anni di rock non fossero mai passati) e alla fine
non è mancata neppure la ancor bellissima All the Young Dudes. Un
tuffo nel passato di un rock che non c'è più e che, pur
avendo significato molto per un'intera generazione, ha dato al sottoscritto
veramente poco a livello musicale. Per amanti del genere.
Anders Parker
Nuova vita e nuova direzione per l'ex
Varnaline, autore nel passato decennio di qualche disco veramente importante
nella scena alternative.
Niente più spazio per le delicatezze del precedente repertorio: aiutato
sul palco da gente del calibro di Ken Coomer (ex Uncle Tupelo/Wilco) alla
batteria, AP ha sciorinato in successione una serie di ballate elettriche
dal sapore younghiano, con ottime melodie ma decisamente ordinarie. Anders
scrive belle canzoni, senza dubbio, ma non è in possesso della tecnica
chitarristica nè del carisma per farle elevare sopra la media (alta)
degli interpreti del genere, senza considerare chi questo tipo di suono lo
ha creato. Un passo indietro, insomma, nella personalità delle canzoni.
Gris Gris
Un vero e proprio salto nel passato del
flower power della bay area (in effetti i ragazzi sono di S.Francisco), l'esibizione
di
questo gruppo di giovanissimi (che probabilmente all'epoca delle sonorità che
ripropongono non erano neanche nei piani dei genitori
) è stata
penalizzata da un vero e proprio nubifragio che si è abbattuto sul
palco all'aperto del Treadgills proprio nella serata che segnava il
ritorno sul palco, in città, di Roky Erikson. Fantasiosi negli arrangiamenti
e nell'uso della strumentazione, la scarsa qualità del suono
(anche per via dell'interruzione) ha lasciato intravedere buone idee
al pari di una tecnica approssimativa ma migliorabile. Da risentire e, probabilmente,
rivalutare.
The Amazing Pilots
Questo gruppo irlandese, penalizzato
come altri dalla pessima qualità dei tecnici del suono dello showcase di UNCUT, ha risentito
invece più delle altre bands del problema per via di una collocazione
temporale che lo vedeva tra i primi in assoluto e per il fatto che molte
soluzioni musicali erano preregistrate su basi che, probabilmente, sul palco
la band non sentiva. A margine di un set frastagliato da problemi tecnici
e buone intuizioni, le armonie vocali e le soluzioni melodiche, figlie di
gruppi britannici come Travis e Coldplay, hanno lasciato trasparire buone
potenzialità.
The Others
Stan Ridgway
Il fatto di non essere mai stato un vero
fan di Ridgway ha probabilmente minato l'attenzione con cui chi scrive si è posto
di fronte al set (uguale in tutto e per tutto a quello del suo recente tour
italico) proposto al SXSW. L'introduzione di elettronica e synth nella
struttura spettral-western delle sue canzoni e il monotono caratteristico
del suo cantato non hanno certo contribuito ad elevare il livello dello show,
invero piuttosto basso. Una buona versione di un vecchio cavallo di battaglia
come Call of the West non può certamente bastare.
Johnny Dowd
Molte volte, il limite tra la genialità e l'incapacità di
un artista è una sensazione talmente personale che, probabilmente,
non tutti sono capaci di cogliere. Questo ho pensato al termine dell'esibizione
di questo personaggio, esaltato dalla critica come folksinger, che a me invece è apparso
tutt'altro che originale se non nella raffazzonata naiveté delle
sue composizioni. Accompagnato da due ottimi musicisti all'organo Hammond
e alla batteria, ha inanellato una serie di ballate che poco avevano a che
fare con la forma canzone e molto, invece, con un poetry reading in cui vedrei
il buon Johnny molto meglio. Probabilmente le mie radici musicali non mi
hanno permesso di apprezzare lo spettacolo nella sua vera anima, ma Tom Waits
rimane comunque un'altra cosa.
Paul the Girl
Presentatasi sul palco dell'Hole in
the Wall con solo l'aiuto della sua chitarra elettrica la ragazza, che deve
molto a Patty
Smith e alla Joplin più nervosa ha riempito il locale con il buon
feeling delle sue ballate elettriche. Peccato che l'indugiare sul feedback
e la parte rumoristica delle stesse (con buona tecnica, comunque) ha reso
il tutto un po' scontato.
Paik
Visti per sbaglio su consiglio di un amico, questo
trio noise mi è sembrato molto prigioniero delle proprie soluzioni strumentali
anziché capace di dominarle. In un'orgia rumoristica ai confini
del dolore (il palco del Blender si muoveva letteralmente, come in preda
ad una scossa tellurica, per via dei bassi sparati a mille), in una ventina
di minuti questi giovanissimi non sono riusciti a dare l'impressione
che quello che stavano suonando non fosse per puro caso.
The Losers
Micah P. Hinson
Una vera delusione, completa in tutte
le sue forme. Dopo aver apprezzato il disco d'esordio, il live set (pur denso
di problemi
tecnici) ha brutalmente ridimensionato questo autore probabilmente sopravvalutato
e sicuramente supportato ad arte dalla stampa. Nonostante la voce interessante,
le ballate scarne e insipide sembravano più il prodotto di un saggio
di fine anno delle vostre scuole medie più vicine che le canzoni di
un gruppo per cui la stampa non è stata avara di complimenti.
John Shooey
L'ascesa al potere di gruppi minimali
come White Stripes e Black Keys e la loro rivisitazione delle radici del
blues più primitivo,
ha generato fenomeni come quello del buon John Shooey, che ha pensato bene
di costruirsi un meccanismo da one-man band (un po' come certi italici
fenomeni degli anni '30) che lo mettesse in grado di suonare chitarra
e batteria assieme. Blues scheletrico e raffazzonato, con Howlin Wolf in
mente ma la cui qualità è, appunto, da festival dei buskers.
Jon Nolan
L'ex Say-zu zu, in una inedita (per me)
veste acustica, ha presentato le canzoni che probabilmente faranno parte
del suo prossimo
lavoro. Nonostante la voce vagamente Younghiana, la performance non mi ha
particolarmente colpito né per intensità né per qualità del
materiale proposto, passato senza lasciare traccia di sé.
Last Train Home
Altro gruppo del filone roots rock visto suonare senza particolari
sussulti. Melodie facili, suonate senza particolare piglio in un calderone
di scontate soluzioni strumentali completamente integrate in un genere che
sta segnando il passo, e non da oggi.
Ed Pettersen
Stesso discorso fatto per i LTH. Il cantautore di Nashville,
pur penalizzato dall'ultima posizione nella griglia dello show al Mother
Egan's, quando tutti se ne erano ormai andati, ha fatto davvero poco
per coinvolgere i pochi presenti, mettendo in scena un'esibizione davvero
scialba, pericolosamente ai limiti dello scolastico.
In più, oltre a quelli citati, una serie di altri eventi sparsi per locali, negozi di dischi e situazioni estemporanee che è veramente impossibile ricordare (per esempio, la Dylan Night all'Hole in the Wall, dove tra una serie di video del vecchio Bob che passavano in rotazione negli schermi, una serie di band locali e non hanno dato vita ad un live tribute, in cui ho assistito alle ottime prestazioni di Beaver Nelson, Damnation TX, Carolyn Wonderland e Lil' Capt. Travis), che hanno reso il tempo passato ad Austin sempre, veramente, speciale.
E se per caso, un giorno, all'arrivo ad un aeroporto, vi capiterà di ascoltare una delle vostre canzoni preferite, sorridete pure. Siete a Austin, Texas, Live music Capitol of the World.