L'atmosfera che si respirava per le strade della capitale texana era elettrizzante,
vuoi perché era la ventesima edizione del festival, vuoi perché
grandi nomi erano annunciati. Su tutti Neil Young, che dell'edizione
2006 era il keynote speaker ufficiale, e a Austin presentava il film concerto
diretto da Jonathan Demme "Heart Of Gold".
Il giovedì mattina, quindi, tutti in fila presto per riuscire a prendere
i posti migliori, anzi, per prendere almeno un posto, per assistere alla conferenza
di Mastro Neil, proprio in compagnia dell'amico regista, intervistato (intervista
assai banale in realtà) su ispirazione, Crazy Horse e, ovviamente,
"Heart Of Gold".
Già la sera precedente, quella degli Awards alla Austin Music Hall,
si vociferava di una sua apparizione a sorpresa sul palco, ma gli splendidi
show di Eliza Gilkyson, Kris Kristofferson e Jesse Colter non hanno avuto
la tanto attesa ciliegia sulla torta; però, con la Gilkyson c'era Ray
Wylie Hubbard, e soprattutto Jon Dee Graham, che non ha esitato a chiamare
sul palco per una canzone il figlioletto (8 anni!) Willie.
Giovedì pomeriggio: recatomi al Paramount Theatre per vedermi "Heart
Of Gold", ho avuto il piacere di calpestare lo stesso tappeto rosso sul
quale sarebbero passati pochi istanti dopo Young, la moglie Pegi e Demme,
intervenuti giusto giusto per augurare buona visione al pubblico in sala.
Il film è girato con gusto, in Italia non arriverà mai, se non
in dvd.
Uscito di corsa dal Paramount per raggiungere il mitico locale Antone's trovo
la brutta sorpresa di una fila lunghissima di gente in attesa di entrare.
Il motivo è semplice: Richie Furay. Dopo i successi con Buffalo
Springfield, Souther-Hillman-Furay band e Poco, si era ritirato a fare il
predicatore in Colorado, e questo è il ritorno ufficiale alla musica.
Già nella mattinata, in un'intervista radiofonica, aveva lasciato intendere
che durante un medley di canzoni dei Buffalo Springfield (Flying On The Ground
Is Wrong, Do I Have To Come Right And Say It, Nowadays Clancy Can't Even Sing,
tutte scritte dal canadese), sarebbe potuto arrivare Mr. Young. Ovviamente
era una bufala, ma il suo set è stato molto interessante, tra brani
vecchi e meno vecchi. Dopo di lui, in rapida successione, Stephen Bruton
(uno dei migliori chitarristi in ambito country-blues), Uncle Earl (frizzante
miscela dai gusti irish proposta da cinque scatenate ragazze), Radney Foster
(come tanti suoi colleghi, dal vivo molto più rock che country), Marty
Stuart con i suoi Fabulous Superlatives (grande set rock'n'roll, appena appena
venato di musica delle radici), James
Mc Murtry (semplicemente il numero uno attuale ad Austin, con "We
Can't Make It Here" canzone politica del 2005), Hank III, il nipotino
di Williams.
Ma facciamo un passo indietro: come tutti gli anni, la "vera" apertura
del festival è lo Swallen Circus che si tiene il martedì sera
all'Hole In The Wall, locale ai margini della zona universitaria. E' un po'
l'apertura non ufficiale, perché è il luogo di ritrovo dei vari
musicisti e giornalisti appassionati di Americana che arrivano dall'Europa.
Tra i nomi più importanti, tra i gruppi che si sono esibiti (tre pezzi
a testa), citiamo Dayna Kurtz (sempre più brava), i Silos,
Jon Dee Graham, Scott Kempner con Ed Pettersen. Come al solito gira
un gran quantità di birra, e il tutto somiglia ad un party.
Ecco, i parties. Dal martedì al sabato ce ne sono un'infinità,
basta scegliere, e avere l'invito...
Al Guitartown organizzato dall'Austin Chronicle (settimanale imperdibile su
tutto quanto fa spettacolo in città) c'erano James Mc Murtry, Tom Freund,
Steve Wynn (tecnica e potenza, ogni volta che lo vedo mi piace sempre più),
Jon Dee Graham, Will Sexton, Stan Ridgway, Tres Chicas, Silos, Willie Nile...
All'Opal Penn Field (locale nuovo poco fuori dal centro) c'erano Jimmy La
Fave e James Talley.
Al Dog & Duck si esibivano Richie Furay, Willie Nile, Steve Wynn, Peter
Case…
Al Jovita's, party della Sugar Hill c'erano Garrison Starr, Scott Miller (omaggio
a Neil Young con una epica versione elettrica di "Motion Pictures"),
i Nickel Creek. Ma si potrebbe proseguire ancora a lungo.
E gli showcases nei negozi di dischi? Tre nomi per tutti: da Waterloo c'era
Beth Orton, vista da Cheapo segnaliamo Carolyn Mark, ma soprattutto, da Antone's
Records c'era Sal Valentino, che nei sixties era la
voce dei Beau Brummels.
Torniamo ai concerti SxSW. Mentre rumors davano Neil Young praticamente ovunque
(c'era in città per due date anche il suo amico Willie Nelson),
noi non ci siamo lasciati sfuggire Beth Orton (veramente brava!), i
Plimsouls, Billy Bragg (uno degli show più belli), Monte Warden, Richard
Hawley (ex chitarrista di Beth Orton), la serata al Parish del venerdì
che vedeva in rapida successione Tom Russell, Rodney Crowell e Lyle Lovett,
per arrivare al sabato con uno scatenato Garland Jeffreys e al gran
finale (udite, udite) alla Central Presbiteryan Church, per una Hootenanny
che prevedeva Joe Henry, Billy Bragg, Jolie Holland,
Marty Stuart, e il mitico Ramblin' Jack Elliott, un po' malfermo
sulle gambe, vista la venerabile età, ma ancora capace di stenderti
con la sua voce e con le sue canzoni.
La Hootenanny, vista da posizione privilegiata, è stata la splendida
conclusione di cinque massacranti giorni (e notti) fatti di tanti concerti,
tanta birra, tanti amici vecchi e nuovi, ma anche poco sonno… molto poco sonno…