Matteo B. Bianchi - FERMATI TANTO COSI'
Baldini&Castoldi, 2002

A parere di chi scrive, nel campo desolato (e desolante), della narrativa italiana, Matteo B. Bianchi rappresenta un caso a parte. Chi volesse discuterne le qualità potrebbe concordare che sì, in effetti si tratta di un caso a parte, nel senso che opere di siffatta, imbarazzante pochezza ne circolano poche. Questione di punti di vista; questione di come si guarda al mondo, piuttosto che alla letteratura.
Del Matteo B. i detrattori trovano insopportabile l'autobiografismo sfacciato, la candida confessionalità circa le vicende raccontate, e vissute: nel precedente "Generations of love" (1999) la giovinezza consumatasi in un paesino della provincia milanese, poi l'adolescenza, sino alla laurea, i primi innamoramenti, le prime delusioni affettive; in questo "Fermati tanto così"– elaborazione "lunga" di un Millelire pubblicato nel 1993 col titolo "Non si può mica fare il bagno con queste troie di onde" - il resoconto di un anno d'obiezione civile trascorso in un collegio per bambini psicotici, o più prosaicamente "centro di psicoterapia evolutiva". E il libro, in fondo, è davvero tutto qui, senza significati reconditi che non siano quelli espressi a chiare lettere dall'autore nel corso della narrazione, senza espedienti affabulatori che non siano quelli denunciati dallo stesso Bianchi nel tentativo d'avvicinare il più possibile il nocciolo della propria (umana) esperienza.
Tuttavia, la sensazione è che questa forma di racconto volutamente povera, perlomeno povera di artifici e di retorica, sprigioni alla resa dei conti una genuina, vitalistica e a suo modo sconcertante fiducia nel valore assoluto della scrittura che è davvero merce rara, rarissima nel pur fitto calendario delle uscite degli ultimi anni.
Paolo Nori, per esempio, prometteva cose egregie, e continuo a considerarlo responsabile del miglior incipit - quel fulminante "Io sono quello che non ce la faccio" in apertura di "Bassotuba non c'è" - lettosi in un romanzo italiano da un decennio a questa parte, ma solo dopo due o tre titoli il suo gioco (meta)narrativo, così studiato e rigoroso dietro l'apparente immediatezza, sembra essersi trasformato in una parodia di se stesso. Troppo calcolato, troppo induttivo per lambire davvero quei materiali bassi cui vorrebbe, a livello di contenuti, mirare. "Fermati tanto così", al contrario, dimostra come sia possibile concepire un progetto letterario senza dover essere per forza post-qualcosa e senza dare per scontato che tutto sia già stato letto o scritto. Nascondendola sotto la forma in apparenza semplice di un lungo dialogo con se stesso, Bianchi rilancia un'idea di scrittura impegnativa e tutt'altro che frivola, dove la catarsi di chi racconta coincide quasi simbioticamente con l'esorcismo di chi legge: se in Nori l'inadeguatezza del proprio dire dinanzi all'assurdità della vita trascolora con troppa facilità nella cinica ricreazione dell'erudito, la nuda franchezza di Bianchi, in questo senso facendosi carico di uno zelo davvero "civile", affronta a testa bassa il suo percorso individuale nel tentativo - partecipe, testardo, sofferente - di radiografare quel "cuore caotico delle cose" sollecitato a più riprese da Italo Calvino. E in questo percorso riesce a disseminare notazioni mai banali sulla malattia, sul rifiuto, sui meccanismi di esclusione, sull'innocenza violata di bambini che proprio non capiscono perché Barbie debba sempre sorridere, suggerendo infine che valga ancora la pena scrivere e valga ancora la pena leggere. Che valga la pena vivere, dopotutto.
Pp. 130 - http://baldini.editore.it - www.matteobb.com

Gianfranco Callieri

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