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Michael Cunningham - UNA CASA ALLA FINE
DEL MONDO Non vorrei passare per snob, ma nonostante
sia stata la risonanza mondiale del successo di "Le ore"
(1998) a suscitare interesse intorno all'opera del losangeleno
Michael Cunnigham, mi sembrano comunque più interessanti
il dopo, cioè a dirsi la traumatica saga familiare
di "Carne e sangue" (2000), e soprattutto il prima,
appunto questo "Una casa alla fine del mondo", che
viene pubblicato in Italia soltanto oggi pur risalendo oramai
a dodici anni fa. Esordio letterario dell'autore, "Una
casa alla fine del mondo" godette al tempo delle coccole
della critica e dell'investitura di personalità quali
David Leavitt e Jay McInerney, un caso a suo modo paradossale,
dacché fra le varie chiavi di lettura che il romanzo
offre la più interessante riguarda proprio il conflittuale
rifiuto dello scialbo minimalismo di costoro (all'epoca dominante
nella cerchia degli scrittori nordamericani), al quale Cunningham
contrappone uno stile torrentizio e orgogliosamente massimalista,
nei temi come nella forma.
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Johnatan e Bobby crescono a Cleveland, nell'Ohio, sperimentano un'amicizia
totalizzante e sfumata d'omosessualità; in seguito, il primo, gay
praticante, si trasferisce a New York, ove sbarca il lunario improvvisandosi
esegeta culinario per una rivista di tendenza, mentre il secondo, eterosessuale
confuso, sviluppa un attaccamento morboso nei confronti della famiglia
dell'ex compagno d'adolescenza, in seno alla quale conduce una vita senza
ambizioni e senza emozioni. Trasferitosi a sua volta nella "Big Apple",
Bobby si accasa presso Johnatan e la sua co-inquilina e massima confidente
Clare, newyorchese doc. Tra Bobby e Clare nascerà una relazione
destinata a sfociare in una gravidanza e nell'edificazione di un futuro
possibile per tutti e quattro, Bobby, Clare, Johnatan e la piccola Rebecca.
Seguendo l'evolversi (o l'involversi, vedete un po' voi) dei rapporti umani interni e relativi a un curioso ménage à trois, Cunningham rilegge in tono confessionale e vagamente autobiografico l'impalcatura del più classico dei Bildungsroman: la paura di crescere, l'incertezza nel confrontarsi con le responsabilità della vita adulta, l'avvilita scoperta di comunissime aspirazioni borghesi, la prova in un certo senso definitiva, che qui è rappresentata da un particolare modello di vita familiare. Un esperimento di famiglia allargata che in fondo è il cuore pulsante del libro e che lo scrittore, con intelligenza, descrive, osserva e racconta senza sbilanciarsi troppo, eludendo morali d'accatto e soluzioni sbrigative in un finale per certi versi sorprendente nella sua cifra allusiva, sospesa, quasi onirica. Cunnigham, inoltre, si dimostra artigiano scaltro anche nel tratteggiare con garbo e misura i ritratti di altre due famiglie, quella di Bobby, con un fratello maggiore morto giovane, una madre in pratica morta di dolore e un padre successivamente sempre più assente e catatonico, e quella di Johnatan; è proprio all'aspra presa di coscienza della madre di quest'ultimo, susseguente al decesso del marito, che sono anzi riservate alcune delle pagine più belle e incisive del libro. Colmo di grande musica - Dylan, Hendrix, Van Morrison, Grateful Dead, persino Steve Reich - citata sempre con garbo e pertinenza, "Una casa alla fine del mondo" è un onesto, commosso affondo generazionale che non mancherà di avvincere chiunque, almeno una volta nella vita, abbia avvertito la tentazione di affidare la propria solitudine e la propria nostalgia al riparo della scrittura o di una malandata chitarra acustica. Pp. 376 - www.bompiani.rcslibri.it Gianfranco Callieri |
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