Michael Cunningham - UNA CASA ALLA FINE DEL MONDO
Bompiani, 2001

Non vorrei passare per snob, ma nonostante sia stata la risonanza mondiale del successo di "Le ore" (1998) a suscitare interesse intorno all'opera del losangeleno Michael Cunnigham, mi sembrano comunque più interessanti il dopo, cioè a dirsi la traumatica saga familiare di "Carne e sangue" (2000), e soprattutto il prima, appunto questo "Una casa alla fine del mondo", che viene pubblicato in Italia soltanto oggi pur risalendo oramai a dodici anni fa. Esordio letterario dell'autore, "Una casa alla fine del mondo" godette al tempo delle coccole della critica e dell'investitura di personalità quali David Leavitt e Jay McInerney, un caso a suo modo paradossale, dacché fra le varie chiavi di lettura che il romanzo offre la più interessante riguarda proprio il conflittuale rifiuto dello scialbo minimalismo di costoro (all'epoca dominante nella cerchia degli scrittori nordamericani), al quale Cunningham contrappone uno stile torrentizio e orgogliosamente massimalista, nei temi come nella forma.
Johnatan e Bobby crescono a Cleveland, nell'Ohio, sperimentano un'amicizia totalizzante e sfumata d'omosessualità; in seguito, il primo, gay praticante, si trasferisce a New York, ove sbarca il lunario improvvisandosi esegeta culinario per una rivista di tendenza, mentre il secondo, eterosessuale confuso, sviluppa un attaccamento morboso nei confronti della famiglia dell'ex compagno d'adolescenza, in seno alla quale conduce una vita senza ambizioni e senza emozioni. Trasferitosi a sua volta nella "Big Apple", Bobby si accasa presso Johnatan e la sua co-inquilina e massima confidente Clare, newyorchese doc. Tra Bobby e Clare nascerà una relazione destinata a sfociare in una gravidanza e nell'edificazione di un futuro possibile per tutti e quattro, Bobby, Clare, Johnatan e la piccola Rebecca.
Seguendo l'evolversi (o l'involversi, vedete un po' voi) dei rapporti umani interni e relativi a un curioso ménage à trois, Cunningham rilegge in tono confessionale e vagamente autobiografico l'impalcatura del più classico dei Bildungsroman: la paura di crescere, l'incertezza nel confrontarsi con le responsabilità della vita adulta, l'avvilita scoperta di comunissime aspirazioni borghesi, la prova in un certo senso definitiva, che qui è rappresentata da un particolare modello di vita familiare. Un esperimento di famiglia allargata che in fondo è il cuore pulsante del libro e che lo scrittore, con intelligenza, descrive, osserva e racconta senza sbilanciarsi troppo, eludendo morali d'accatto e soluzioni sbrigative in un finale per certi versi sorprendente nella sua cifra allusiva, sospesa, quasi onirica. Cunnigham, inoltre, si dimostra artigiano scaltro anche nel tratteggiare con garbo e misura i ritratti di altre due famiglie, quella di Bobby, con un fratello maggiore morto giovane, una madre in pratica morta di dolore e un padre successivamente sempre più assente e catatonico, e quella di Johnatan; è proprio all'aspra presa di coscienza della madre di quest'ultimo, susseguente al decesso del marito, che sono anzi riservate alcune delle pagine più belle e incisive del libro.
Colmo di grande musica - Dylan, Hendrix, Van Morrison, Grateful Dead, persino Steve Reich - citata sempre con garbo e pertinenza, "Una casa alla fine del mondo" è un onesto, commosso affondo generazionale che non mancherà di avvincere chiunque, almeno una volta nella vita, abbia avvertito la tentazione di affidare la propria solitudine e la propria nostalgia al riparo della scrittura o di una malandata chitarra acustica.
Pp. 376 - www.bompiani.rcslibri.it

Gianfranco Callieri

torna all'elenco