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Marco Denti - ALIAS BOB DYLAN Lo avevano acclamato come il songwriter che
espresse in musica i pensieri, le proteste, i sogni di una generazione;
era colui che, con chitarra, armonica e voce, parlava a nome
di tutti i giovani di diritti civili, guerra e pace, cambiando
i canoni della poetica americana. Poi lo avevano fischiato quando
alla chitarra acustica sostituì quella elettrica e ai
testi impegnati sostituì storie più distaccate,
divagazioni su altri temi.
Ma sentirono un grande vuoto, quando sparì, e lo cercarono in ogni nuovo ragazzo con la chitarra, quando si ritirò in quell'esilio fisicamente e psicologicamente necessario. Necessario per evitare che lui diventasse un'icona del mondo del rock, prigioniero del suo stesso mito. Ma bisogna avere il caos dentro di sé per partorire una stella danzante, così loro non sapevano che quel periodo di travagliato silenzio lo avrebbe portato a creare due dei suoi più importanti ed apprezzati capolavori: "The Basement Tapes" e "Blood On The Tracks". Da allora non ci fu più bisogno di cercare un "Nuovo Dylan", poiché era diventato proprio lui il nuovo se stesso. |
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Questo, in breve, il meccanismo che, all'inizio degli anni
Settanta, portò il music business a cercare qualcuno
che riempisse quel vuoto, qualcuno che, chitarra in spalla,
tornasse ad incarnare l'american dream. D'altro lato, le strade
e i locali d'America erano pieni di giovani che non avrebbero
desiderato altro che ripercorrere la strada del loro idolo. Stefania Montanari |
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