David Peace - 1974
MeridianoZero, 2001

Non fosse per qualche trascurabile vizio di forma, 1974 si potrebbe definire un esordio col botto. Si tratta comunque di uno dei "neri" più riusciti tra quelli dati alle stampe nell'anno appena trascorso, e vanta credenziali sufficienti per puntare a occhi chiusi sugli sviluppi della carriera di David Peace, inglese trapiantato a Tokyo, che nel tratteggiare una squallida vicenda di corruttela, abusi sessuali e traffici di potere sfodera una rabbia e una grinta nervosa davvero fuori dal comune.
Vizi di forma, dicevo. Pochi e perdonabili, in verità: un sospetto di compiacimento nell'indugiare su fiumi di macelleria verbale e dettagli macabri, magari, e in second'ordine una qualche lungaggine di troppo, ravvisabile anzitutto in una soluzione finale ingarbugliata all'eccesso e pretenziosamente onnicomprensiva, dove tutti gli snodi insoluti vengono spiegati per filo e per segno, con tanto di personaggi che iniziano a sbucare (quasi) dal nulla. Quest'urgenza di dire, di dire troppo piuttosto che troppo poco, è del resto una caratteristica tipica delle opere prime, in special modo di quelle che, come 1974, affrescano la storia narrata con un mosaico di riferimenti storici, politici o musicali sempre pertinenti.
Parlare di una chiave di lettura antropologica significherebbe forse caricare il libro di un'ambizione esagerata, ma resta il fatto che la minuzia con cui Peace compila colonna sonora (a base di Elton John, Rod Stewart, Bay City Rollers, Sweet, Shirley Bassey etc.) e radiografie sociali - la facciata fintamente bipolarista delle istituzioni, il degrado dei quartieri di periferia, i sempiterni scontri tra IRA e lealisti, l'avvicendarsi della seconda ondata di immigrazione indo-pakistana - evitando in qualsiasi occasione il grigiore del cattedratico lascia spesso ammirati. Colpiscono nel segno anche la descrizione del protagonista Eddie Dunford, un giornalista di secondo piano che l'autore sceglie di non rendere mai troppo simpatico e del quale intuiamo un passato oscuro accuratamente lasciato tale, e la vibrante secchezza del linguaggio, il fuoco di fila di frasi brevi, crude, spezzettate, sovente ellittiche e sempre rapidissime, tanto che i periodi più estesi si sviluppano su un massimo di tre o quattro righe. Diviso in tre parti - Lo Yorkshire mi vuole, Il mormorio dell'erba, I morti siamo noi - che sarebbero state perfette se sfrondate di una trentina di pagine, 1974 ha già stimolato nella critica anglosassone impegnativi paragoni con i maestri dell'hard-boiled americano, James Ellroy in primis: be', per quanto mi riguarda continuo a ritenere Ellroy un pugile con una micidiale sparachiodi al posto del braccio; David Peace è un mestierante di belle speranze che dovrebbe ancora sgrezzare un po' la tecnica. Ma la stoffa c'è, eccome.
Pp. 322 - www.meridianozero.it

Gianfranco Callieri

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