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David Peace - 1974 Non fosse per qualche trascurabile vizio di
forma, 1974 si potrebbe definire un esordio col botto. Si tratta
comunque di uno dei "neri" più riusciti tra
quelli dati alle stampe nell'anno appena trascorso, e vanta
credenziali sufficienti per puntare a occhi chiusi sugli sviluppi
della carriera di David Peace, inglese trapiantato a Tokyo,
che nel tratteggiare una squallida vicenda di corruttela, abusi
sessuali e traffici di potere sfodera una rabbia e una grinta
nervosa davvero fuori dal comune.
Vizi di forma, dicevo. Pochi e perdonabili, in verità: un sospetto di compiacimento nell'indugiare su fiumi di macelleria verbale e dettagli macabri, magari, e in second'ordine una qualche lungaggine di troppo, ravvisabile anzitutto in una soluzione finale ingarbugliata all'eccesso e pretenziosamente onnicomprensiva, dove tutti gli snodi insoluti vengono spiegati per filo e per segno, con tanto di personaggi che iniziano a sbucare (quasi) dal nulla. Quest'urgenza di dire, di dire troppo piuttosto che troppo poco, è del resto una caratteristica tipica delle opere prime, in special modo di quelle che, come 1974, affrescano la storia narrata con un mosaico di riferimenti storici, politici o musicali sempre pertinenti. |
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Parlare di una chiave di lettura antropologica significherebbe forse
caricare il libro di un'ambizione esagerata, ma resta il fatto che la
minuzia con cui Peace compila colonna sonora (a base di Elton John, Rod
Stewart, Bay City Rollers, Sweet, Shirley Bassey etc.) e radiografie sociali
- la facciata fintamente bipolarista delle istituzioni, il degrado dei
quartieri di periferia, i sempiterni scontri tra IRA e lealisti, l'avvicendarsi
della seconda ondata di immigrazione indo-pakistana - evitando in qualsiasi
occasione il grigiore del cattedratico lascia spesso ammirati. Colpiscono
nel segno anche la descrizione del protagonista Eddie Dunford, un giornalista
di secondo piano che l'autore sceglie di non rendere mai troppo simpatico
e del quale intuiamo un passato oscuro accuratamente lasciato tale, e
la vibrante secchezza del linguaggio, il fuoco di fila di frasi brevi,
crude, spezzettate, sovente ellittiche e sempre rapidissime, tanto che
i periodi più estesi si sviluppano su un massimo di tre o quattro
righe. Diviso in tre parti - Lo Yorkshire mi vuole, Il mormorio
dell'erba, I morti siamo noi - che sarebbero state perfette
se sfrondate di una trentina di pagine, 1974 ha già stimolato nella
critica anglosassone impegnativi paragoni con i maestri dell'hard-boiled
americano, James Ellroy in primis: be', per quanto mi riguarda continuo
a ritenere Ellroy un pugile con una micidiale sparachiodi al posto del
braccio; David Peace è un mestierante di belle speranze che dovrebbe
ancora sgrezzare un po' la tecnica. Ma la stoffa c'è, eccome.
Pp. 322 - www.meridianozero.it Gianfranco Callieri |
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