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William
Burroughs - IL GATTO IN NOI Adelphi, 1994 Per quanto mi riguarda il gatto in me è Licia, la gattina che ogni
tanto compariva timidamente nel cortile della casa dove abitavo da piccola.
Sbucava vicino all'albero, si teneva a distanza e io le mettevo una ciotola
di latte sul marciapiede di fronte. Si fidava sempre più, finché
non si è stabilita lì. Mi seguiva dappertutto ed era l'essere
più dolce che io conoscessi. Non dimenticherò mai quella
sera in cui mi seguiva piangendo perché voleva che la aiutassi
a trovare un posto sicuro dove partorire; il mattino dopo dormiva con
tre splendidi cuccioli nella cesta che le avevo preparato.
Il gatto come "compagno psichico", come creatura "misteriosamente umana"; io ci credo a queste cose, per questo ho voluto leggere questo libro. Ma anche per la curiosità che mi ha suscitato il fatto che uno come William Burroughs avesse scritto un libro così pieno di tenerezza, così lontano dalle storie da lui narrate in precedenza. |
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Lui che scrisse di guerre batteriologiche, di esseri mutanti, di distruzione
dell'umanità, delle sue allucinanti esperienze con ogni tipo di droga,
lui che al primo incontro con Fernanda Pivano esordì con "Io le donne
le ammazzerei tutte", forse senza pensare che aveva già ucciso per sbaglio
la moglie, chissà come si comporta - mi sono chiesta - alle prese con
un tema tenero e delicato come quello dell'amore per gli animali. Sapevo
però che questo non sarebbe stato un semplice libro sui gatti e che avrebbe
contenuto anch'esso, come le altre sue opere, qualcosa della genialità
di questo scrittore.
Leggendo ho ricordato non solo la descrizione dell'incontro con Burroughs che la Pivano riporta nel suo "Amici scrittori", ma anche quelle riguardanti Charles Bukowski ed Henri Miller, personaggi che hanno rivelato una personalità dai risvolti molto diversi dall'immagine di loro che pubblico e critica si sono costruiti con la lettura dei loro romanzi, contenenti, come quelli di Burroughs, numerosi riferimenti autobiografici. Così, a conoscerli di persona, questi cantori di storie di sesso, di alcool, di vita ai margini nascondono un animo gentile e nobile, una delicata sensibilità che stupisce. Ma, a pensarci bene, chi stupisce? Non è forse grazie a questa sensibilità che sono stati in grado di scrivere quelle opere così toccanti, non è forse per la complessità e la profondità della loro anima che hanno sentito la necessità di scrivere quelle storie, forse per provare ad indagare quella parte di sé più ombrosa? Così Burroughs, ormai avanti con l'età, si abbandona ai ricordi di quelle deliziose bestiole che gli hanno tenuto compagnia in tanti momenti della sua esistenza, gatti con una loro personalità, tanto da sembrare umani, anzi tanto da essere identificati con persone realmente esistite nella vita dell'autore. I gatti sono come dèi del focolare, ma "gli spiritelli domestici di un vecchio scrittore sono le sue memorie", ed è questa la chiave di lettura di questo libro, i cui brevi racconti sono dapprima semplici descrizioni di episodi di vita felina, poi si intrecciano sempre più con ricordi di vita umana, di sofferenza, di sentimenti espressi, soffocati, ricevuti. A differenza degli uomini o di altri animali, però, "un gatto non offre servigi, un gatto offre solo se stesso". Burroughs sembra dirci che da questo e da altri comportamenti felini dovremmo imparare qualcosa, insistendo su come la presenza dei gatti accanto a lui sia stata spesso rivelatoria. Soprattutto il gatto bianco, che appare silenziosamente come una luce di speranza, che ti invita a seguirlo, perché il gatto bianco siamo noi stessi: "non puoi nasconderti dal tuo gatto bianco, perché il gatto bianco si nasconde con te". Il suo gatto bianco era quello incontrato a Tangeri. Poteva essere solo il ricordo affettuoso di un gatto. Ma fu proprio a Tangeri che Burroughs si rese conto lucidamente come non mai che stava morendo a causa della sua tossicodipendenza e fu lì che prese la decisione di volare a Londra per curarsi definitivamente con l'apomorfina. La splendida sorpresa di questo libro è che Burroughs è sempre lo stesso, e la genialità questa volta appare tra le righe, quelle in cui ha nascosto le sofferenze e i percorsi della sua vita dietro a un miagolio o tra i passi silenziosi di un gatto. Anche se il tema è lontano da quelli solitamente trattati, Burroughs trova comunque il modo di esprimere la sua avversità al sistema, a settant'anni come a trentacinque, quando scrisse il primo romanzo; l'amarezza per l'ottusità della massa è sempre la stessa, la lotta per combattere le regole della società e cercarne di proprie è sempre viva, nel Burroughs anziano che guarda indietro così come in quel giovane Burroughs che forse ancora non sapeva quanto avrebbe influenzato il modo di scrivere moderno. Un gatto a volte chiede aiuto, offre il suo amore incondizionato a chi lo salva dai maltrattamenti e lo aiuta a sopravvivere: quanti secoli di maltrattamenti e ingiustizie ci sono dietro un grido d'aiuto, quante volte un essere non è stato capito e lo si è lasciato morire? Burroughs sembra saperlo molto bene; in un gatto bisognoso di aiuto forse vedeva l'immagine di se stesso. Stefania Montanari |
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