John Banville - L'INVENZIONE DEL PASSATO
Guanda, 2003

Entrare in libreria, per me, è una delle cose che somigliano all'accedere al mio territorio privato, ad una dimensione assolutamente personale, per nutrirla, esplorarla, goderne. Sbirciare fra le note di copertina o tra le prime righe dei libri è come fare capolino ad una finestra che dà su un mondo nuovo che sono curiosa di scoprire. Così, è' raro che io recensisca libri o dischi che hanno significato qualcosa per me, che mi appartengono particolarmente, almeno finché non me ne sono distaccata un po', perché non sarei obiettiva. Ci provo, con questo ultimo romanzo dello scrittore e giornalista irlandese definito a ragione come uno "tra i romanzieri più eleganti e intelligenti di lingua inglese" (George Steiner).
Non a caso cito questa frase che menziona la lingua inglese: Banville una volta affermò che "l'irlandese è una lingua obliqua, non dice mai le cose direttamente, al contrario dell'inglese (...).

L'essenza della letteratura irlandese sta tutta nell'ambiguità". E in questo sta anche l'irlandesità dei suoi romanzi, che, a differenza delle opere di molti suoi connazionali che trattano dei problemi sociali della loro patria, si aggirano nelle profondità dell'animo umano di cui amano svelarne prorpio l'ambiguità, insieme alla complessità, ai lati oscuri. Non aspettatevi di trovare un personaggio di Banville che sia deciso, che sappia sempre cosa fare, che sia sempre sincero e buono. Del resto, è così anche nella vita. Se si è impegnati nella ricerca di sé, in un certo senso è confortante vedere che lo sono anche altri, questi personaggi, e che non sempre riescono a trovarsi facilmente.
Il protagonista de "L'invenzione del passato", ad esempio, impiega un'intera lunga vita per decidersi a togliere la maschera che si era incollato addosso pur di non essere se stesso e per vivere (il primo e) l'ultimo barlume di autenticità. Axel Vander - questo è il suo nome, o meglio il suo falso nome - è un accademico piuttosto famoso, che ha costruito la sua carriera e l'intera sua esistenza su una menzogna: da ragazzo, fuggì dall'Europa emigrando negli Stati Uniti con l'identità rubata ad un suo amico scomparso in circostanze misteriose, un amico ricco, bello, con un discreto successo in campo letterario e soprattutto non ebreo come lui. Tutti motivi di invidia. Riuscì così a scampare la deportazione, ad ottenere denaro e potere, ma non a sfuggire del tutto al vero se stesso.
Un giorno, quando è già molto vecchio, l'arrogante e sprezzante Vander riceve una lettera in cui una donna gli rivela di avere scoperto il suo segreto. Lui pensa ad un ricatto, immagina un'arrivista senza scrupoli, le dà appuntamento a Torino, dove andrà per un convegno, deciso a distruggerla. Invece si trova davanti una ragazza fragilissima, vittima di un'oscura malattia psichica.
Torino, città piena di misteri, è lo scenario ideale per lo svolgimento di questa vicenda: l'autore, che evidentemente la conosce alla perfezione, ama disseminare coincidenze e richiami tra i suoi libri. Il titolo originale del romanzo è "Shroud", sudario, in riferimento alla Sacra Sindone, che si trova proprio a Torino e che i personaggi non riescono mai a vedere. La ragazza, Cass Cleave, è la figlia di Alex Cleave, protagonista del precedente romanzo di Banville, "Eclisse", che narra di un attore in crisi perché ha perso la sua identità. Curioso anche il fatto che Axel sia l'anagramma di Alex, come a voler sottolineare i tratti comuni dei due personaggi: la confusione esistenziale e il fatto che la stessa donna li ha amati. Sì, perché tra Cass e Vander nascerà un legame complesso e decisivo per entrambi, seppure per motivi diversi. Peccato che lui faccia appena in tempo a capire ciò che significa lei nella sua vita, prima di perderla per sempre, portata via dalla sua schizofrenia.
Il gioco degli incastri non ha fine, in questa storia: vari personaggi riemergono dal passato di Vander per metterlo di fronte alla realtà. Ma la verità, come spesso accade, non è altrettanto rassicurante delle fantasie dietro cui ci nascondiamo: dopo avere scoperto che anche il vero Axel Vander non era, in realtà, quello che lui credeva, su quale identità si è fondata, allora, tutta la sua vita?


Stefania Montanari

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