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Claudio Magris - DIETRO LE PAROLE Come dire, il saggio è una cosa e l'elzeviro
un'altra, questo lo sanno anche i sassi. L'elzeviro, comunque,
è un genere letterario come qualsiasi altro, e che non
lo si debba necessariamente considerare minore lo dimostrano
le centinaia di pagine dei vari Pampaloni, Buttafava, Flaiano:
veri e propri microtrattati dove la rapidità d'esposizione
e la ristrettezza della metratura non inficiano la profondità
dell'intuizione, il gusto per il calembour o l'arguzia
dei motti di spirito. Al giorno d'oggi però, in tutta
franchezza, mi sembra che la tradizione dell'elzeviro sia andata
smarrendosi. Certo, Arbasino su "Repubblica" ogni
tanto riesce ancora a regalare articoli da antologia, ma non
lo fa più con la frequenza di un tempo, e anche la bollente
temperatura intellettuale che li caratterizzava nei giorni belli
ha finito col raffreddarsi.
Tra gli elzeviristi veri, nel senso più alto e nobile del termine, laureerei a pieni voti Claudio Magris, pressoché isolata oasi di intelligenza sulle colonne del "Corriere della sera". Docente di letteratura tedesca all'Università di Trieste, Magris è altresì responsabile di alcuni fra i migliori romanzi italiani di fine secolo e di una nutrita serie di ricognizioni critiche su scrittori, costumi e società teutoniche. |
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"Dietro le parole", pubblicato in origine nel 1978, raccoglie
un'ottantina di interventi scritti lungo il corso degli anni '70 e per
la maggior parte pertinenti autori tedeschi a cavallo tra l'800 e il ‘900.
Confermano la regola, invero affatto restrittiva, le eccezioni che riguardano
Jack London, Isaac Bahevis Singer e Italo Svevo (ma quale scrittore italiano
è più tedesco di Svevo?), senza dimenticare un'accorata
requisitoria circa le ragioni di abortisti e antiabortisti - "Gli
sbagliati", pag. 49 - che a 27 anni di distanza non ha perso una
virgola della propria tensione dialettica. Negli articoli di Magris è
possibile cogliere una passione autentica e mai manierista per la materia
in esame, uno stato di grazia intuitivo che sfugge costantemente il rischio
dell'eterogeneità attraverso un discorso critico organico e rigoroso,
teso a storicizzare "il rapporto tra classicità e avanguardia"
delineandone come meglio non si potrebbe contesto, autori e luoghi d'azione.
Per chi conoscesse le opere dello stesso scrittore triestino, inoltre,
non sarà difficile individuare referenze più o meno velate,
allusioni generali a quello che diverrà un stile inconfondibile
e molto (troppo) imitato: nelle ricognizioni su Milan Kundera ("Lirica
e terrore", pag. 233) o sull'amatissimo Novalis ("Oltre la poesia",
pag. 25), per dire, echeggia inevitabilmente il romantico struggimento
che ha reso irrinunciabile quel magnifico canto alla solitudine di "Un
altro mare" (1991), mentre nel segmento dedicato a Thomas Bernhard
("Tenebra e geometria", pag. 285) è impossibile non leggere
in trasparenza le geometrie dello smarrimento perimetrate in "Danubio"
(1986).
Oppure ancora: l'eccentrico individualismo dei personaggi di Knut Hamsun ("Il prigioniero della vitalità", pag. 85, forse l'apice dell'intera raccolta) sarà successivamente capitalizzato in "Utopia e disincanto" (1999); il beckettismo dei poveri di Peter Handke ("Le parole e i desideri", pag. 202) parzialmente abiurato in "Illazioni su una sciabola" (1984), e così via. Al di là del gioco dei rimandi, con "Dietro le parole" - che potete centellinare, o leggere d'un fiato: ottimo lo stesso - il tempo s'è dimostrato galantuomo, mantenendo inalterato lo smalto dell'affondo analitico e la piacevolezza di un linguaggio estraneo a pedanterie o accademismi, fluido, scorrevole, discorsivo eppure solido, scolpito con la perizia dell'artigiano d'altri tempi. Una ristampa sensata, finalmente, e una di quelle da consultare spesso. pp. 382 - www.garzantilibri.it Gianfranco Callieri |
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