Giuseppe Pontiggia - NATI DUE VOLTE
Mondadori, Milano, 2002

Non è un libro nuovo, questo "Nati due volte", compirà anzi due anni tra qualche mese, ma la vittoria del Premio Campiello nel 2001, l'edizione economica rapidamente approntata dalla Mondadori nella collana dei "Miti" e la notizia dell'acquisizione dei diritti da parte di Gianni Amelio per un'eventuale trasposizione cinematografica forniscono una buona occasione per tornare a ragionare su un'opera molto discussa, altrettanto fraintesa e con ogni probabilità poco letta. Salutato al pari d'uno sconvolgente evento teofanico dai masnadieri della critica italiana, "Nati due volte" rappresenta altresì il logico punto d'arrivo di un'idea di scrittura rapsodica, associativa, di disteso autocontrollo sotto le mentite spoglie dell'improvvisazione– perseguita da Giuseppe "Bepo" Pontiggia con tenacia e lungimiranza oramai da vent'anni a questa parte. Un'idea di scrittura che ha riscontrato picchi di perfezione quasi manierista ne "Il raggio d'ombra" e "La grande sera", scivolando nelle sacche della ripetitività solo nel caso del recente "Vite di uomini non illustri", che del resto, per quanto concerne temi, atmosfere e gusto per la divagazione può comunque essere considerato una sorta di prova generale per "Nati due volte".
Innanzitutto, bisogna rimuovere una delle più vistose fra le incrostazioni analitiche che hanno funestato il romanzo dalla sua uscita: "Nati due volte" concetto più volte ribadito dallo stesso Pontiggia - non è un autobiografia. Racconto in prima persona, vicenda parzialmente desunta dall'esperienza personale, collazione di episodi vissuti da protagonista, d'accordo; nondimeno, reputare "Nati due volte" una semplice seduta d'analisi, un tentativo di vuotare il sacco e scaricare i propri demoni sulla pagina bianca (non lo è qualsiasi libro, in fondo?), significherebbe fare un torto all'autore e alla svizzera precisione del suo congegno letterario. Nell'evocare gioie, dolori, sconfitte, cerebralismi e patologie del rapporto tra il professor Frigerio e Paolo, il figlio disabile, Pontiggia gioca la carta dell'affresco sfumato, della composizione a mosaico, obliterando in tutta fretta il rispetto di qualsivoglia principio cronologico. C'è un inizio, è vero, la nascita del bambino, ma non c'è una fine, bensì un'interruzione dolce, accennata, quasi onirica, a suggerire un proseguimento della vicenda non diverso da come l'abbiamo sinora conosciuto. Non si può nemmeno parlare di evoluzioni nella "storia" o nel "racconto", dacché in "Nati due volte" non si trovano né l'uno né l'altro, sostituiti da una serie di flash accidentali, intervalli, parentesi, attimi e sospensioni: le cure fisiatriche cui Paolo è sottoposto, ovviamente, e le figure che finiscono col ruotargli attorno, dai nonni al fratello, dalla madre al direttore della scuola elementare, basilari elementi di paesaggio in un quadro impressionista che stupisce per vastità percettiva e sicurezza del tratto.
Pontiggia rifiuta volontariamente di affidarsi a un canovaccio narrativo nel senso più tradizionale del termine, preferendogli piccole chiavi di lettura su eventi comuni, suggestioni tramandate da ricordi lontani, pennellate rapide e decise. A emergere su tutto e tutti (pur frammentario, "Nati due volte" è del resto il suo memoriale), è Frigerio, smarrito nel suo sempiterno soliloquio interiore fatto di allusioni e frasi smozzicate, macerato tra sensi di colpa e scatti di euforia ebete, peraltro ritratti con la medesima abilità: il breve e isolato capitolo relativo a un'avventura extraconiugale forse ancora in corso ("Colpe", pag. 26), risolto in forma di sfibrante dialogo hemingwayano, apre uno squarcio avvilito su un mondo di adulti incapaci di comunicare; la rievocazione del rischiato decesso di un amico di famiglia nelle acque agitate di Ancona ("Salvataggio al mare", pag. 130) offre una veduta surreale su un gruppo di esseri umani prigionieri della propria crudele immaturità. In conclusione, non so dire se col prossimo, strombazzatissimo "L'isola volante" l'autore riuscirà a ripetersi a simili livelli o a mantenere inalterato il consenso di pubblico che quest'ultima opera sembra avergli garantito. Di una cosa però - di quella sì - sono sicuro: con "Nati due volte", Giuseppe Pontiggia ha trovato la misura perfetta del suo stile.
Pp. 238 - www.giuseppepontiggia.net - www.mondadori.com/libri

Gianfranco Callieri

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