Philip Roth - LO SCRITTORE FANTASMA
Einaudi, Torino 2002

Debbo ancora capirne il motivo, cioè, non capisco perché solo ora, ma pare che ora anche in Italia Philip Roth sia considerato uno scrittore hip: lo si cita un po’ dappertutto, lo si propone per il Nobel, gli si dedicano i paginoni dei più diffusi quotidiani, è apprezzato persino da Baricco e dai suoi accoliti e quindi considerato pure da riviste quali "Anna" oppure "Grazia". Attenzioni sacrosante, per carità, anche se viene da chiedersi com'è possibile che alle "alte" sfere culturali del nostro paese ci siano voluti ben 22 libri, la maggior parte dei quali nemmeno tradotti, per accorgersi del talento di uno dei più dotati autori americani del secolo. Mah. E dire che, grazie al coraggio della defunta casa editrice Leonardo, le occasioni per invaghirsi di Philip Roth non erano neppure mancate: fra esse anche il qui presente "Lo scrittore fantasma", risalente in origine al 1979 e oggi pubblicato nella nuova glossatura del sempre più bravo Vincenzo Mantovani. A voler essere puntigliosi, sarebbero altri - lo straziante "Patrimony: A true story" (1991) su tutti - i romanzi di Philip Roth da far conoscere ai lettori italiani; senza contare il fatto che definire "Lo scrittore fantasma" "uno dei romanzi fondamentali" dello scrittore di Newark, New Jersey, suonerà irragionevole e scioccamente iperbolico pure al più sfegatato dei fan (ivi compreso il Vostro miserabile cronista).
Tuttavia, senza ragionarci su troppo, non sarà forse opportuno abbandonarsi di nuovo al piacere della lettura? Assolutamente sì, poiché nel caso di Philp Roth anche una parentesi minore può rivelarsi comunque più gratificante rispetto al 90% di quanto attualmente in circolazione nelle librerie, e una rilettura de "Lo Scrittore fantasma" non può che confermare la veridicità di un simile assunto.
Affidandosi al più gettonato fra i suoi alter-ego letterari, quel Nathan Zuckerman protagonista, fra le altre cose, della formidabile tripletta composta da "Zuckerman scatenato" (1981), "Lezione d’anatomia" (1983) e "L'orgia di Praga" (1985), Roth delinea con la consueta verve affabulatoria l'ennesimo, dialettico scontro tra una vita che non sa essere perfetta quanto l'arte e una serie di peripezie esistenziali capaci di superare di parecchie lunghezze la fantasia del più immaginifico degli scrittori. E' così che, nel 1956, uno Zuckerman fresco di diploma e di rottura con la propria famiglia, sconcertata dall'impudenza autobiografica di uno dei pochi racconti sinora elaborati ragazzo (a parer loro metterebbe in cattiva luce il carattere degli ebrei), si ritrova ospite presso l'idolatrato E. I. Lonoff, in pratica una proiezione futura (con le dovute differenze, diciamo così, di temperamento sessuale) dello stesso Zuckermanm, combattuto com'è tra le aspirazioni della pagina scritta e le piccolezze della vita quotidiana. Una lacerazione che, al pari dei dissidi con una moglie solo in apparenza acquiescente, Lonoff tiene ben nascosta e che è in parte fomentata dall'equivoca presenza in casa di Amy Bellette, diafana studentessa sulla quale Zuckerman non mancherà di scatenare le sue più ricorrenti fantasie, come sempre relative all’esuberanza della carne e all’ingombrante retroterra yiddish.
Sembrano aver goduto di ottima tenitura i momenti più smaccatamente comici, almeno due dei quali degni di figurare in un'ipotetica antologia dell'autore: mi riferisco alla lettera relativa al racconto incriminato che Zuckerman riceve dal giudice Leopold Wapter (capace di formulare domande di questo tenore: "Puoi dire onestamente che nel tuo racconto non c'è nulla che non scalderebbe il cuore di un Julius Streicher o di un Joseph Goebbels?"), l'ebreo più stimato della città, della cui intercessione il padre di Nate vorrebbe servirsi per ricondurre il figlio alla ragione, ma anche alle congetture del protagonista sull'identità di Amy Bellette, che il nostro arriva a ipotizzare rediviva Anna Frank e che desidera poter sposare affinché la famiglia non dubiti più della sua serietà di ebreo. Questo per quanto concerne perlomeno i primi tre capitoli - Maestro, Nathan Dedadlus (!), Femme fatale; mentre a posteriori direi che è non è invecchiato altrettanto bene l'epilogo (Sposato a Tolstoj), dove Roth non riesce a far a meno di ricadere nel vizio di arrampicarsi senza troppo convincimento sulle metafore architettate, una tendenza peraltro affiorata spesso nella sua produzione centrale e che tende a farlo apparire più accademico di quanto non sia in realtà. Insomma, se già vi siete innamorati dei capolavori rothiani (in quest’ordine qualitativo: "Lamento di Portnoy" [1969], "Il teatro di Sabbath" [1995], "Pastorale americana" [1997]), non avrete esitato a investire su "Lo "Scrittore fantasma"; in caso contrario, senza nulla togliere, come punto di partenza c'è ben altro.
Pp. 156 - www.einaudi.it

Gianfranco Callieri

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