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T. Coraghessan Boyle - AMICO DELLA
TERRA Einaudi, Torino 2001 Avrebbe meritato qualche elogio in più, il nuovo sforzo di T.
Coraghessan Boyle, seconda prova sulla lunga distanza del romanzo per
uno dei migliori narratori americani. Eppure, ignorato América
[The tortilla curtain, 1997, complimenti ai traduttori], ignorata
la raccolta di racconti Se il fiume fosse whisky, fresca di ristampa
e comprensiva di un gioiello quale Fugu pietoso (per non dire
di La casa che sprofondava, Il re delle api, La signora
delle scimmie in pensione etc.), nemmeno Amico della terra [A
friend of the earth] è riuscito a far sì che i lettori
italiani familiarizzassero col nome di Boyle.
Scrittore di culto in patria, con un aspetto torvo da punk riformato che poco lo accomuna col mestiere di insegnante (peraltro regolarmente svolto) al Southern California College, Boyle è uno di quegli autori che non sanno cosa significhi lasciare respiro; Boyle ti agguanta per il collo dalla prima pagina e non molla la presa prima dell’ultima. Prendiamo il povero Ty Tierwater: mentre il pianeta è flagellato da condizioni climatiche disastrose, imputabili alla nostra negligenza di esseri umani, Tierwater passa in rassegna illusioni, speranze, sconfitte e (scarse) vittorie di una vita che Boyle ci presenta alle soglie del 2025, salvo poi premere spesso e volentieri il tasto del flashback. |
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Si costruisce così un impeccabile meccanismo a incastri tra
passato e presente dove l'amico della terra del titolo, a settant’anni
suonati, causa ricomparsa della ex-moglie, si vede costretto a rammentare
un'esistenza trascorsa tra poco serene appendici umane e rovinosi crolli
ideologici, perlopiù relativi alla sua schizofrenica attività
di ecoterrorista, entro e fuori dai parametri del movimento "Salviamo
la terra!".
Il tutto coagulato in un torrente inarrestabile di parole, scarti di pensiero, citazioni, associazioni più o meno logiche, imprecazioni, con un condimento di dialoghi scaricati con la furia di una mitraglietta. Ovviamente, Boyle non manca di cedere talvolta il passo all'elegia o di aprire (memorabili) parentesi di dolente struggimento, ma anch'esse collassano nella pirotecnìa di una lingua viva, palpitante, bruciante, che salta, s’impenna e s’attorciglia con guizzi inimitabili. Mantenendosi miracolosamente in equilibrio sul crinale che separa il trucco narrativo dall’esercizio di stile, sempre regolarmente aggirato, Boyle traghetta il lettore attraverso la tribolata vicenda di un personaggio che lui stesso ama, attribuendogli un’ideologia nei confronti della quale simpatizza e solidarizza: Tierwater, in fin dei conti, non altro che l’ennesimo ritratto in una galleria di individualisti che da più d'un secolo trova spazio nelle pagine dei romanzieri d’America e sul cui mito - quello del self-made man - la nazione stessa si fonda. Davvero non m’occorre di più per individuare in Amico della terra il più potabile candidato al titolo di libro dell'anno. Pp. 348 - www.einaudi.it Gianfranco Callieri |
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