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Pete Townshend - FISH & CHIPS E ALTRI RACCONTI
Minimum Fax, Roma 1999 Sapevamo già che Pete Townshend non era solo un semplice chitarrista.
Non lo è mai stato. Era l'anima di uno dei gruppi più innovativi
e coinvolgenti della storia, è sulle scene da quasi quarant'anni
e, con o senza gli Who, sembra non avere ancora alcuna intenzione di lasciare
il mestiere. Il mestiere di artista, non tanto di musicista, perché,
dopo essersi dimostrato un genio poliedrico quando scrisse "Tommy"
e "Quadrophenia", le opere rock degli Who, da circa quindici
anni prosegue la sua carriera musicale solista, è un editore e
anche uno scrittore. Da sempre è, insieme, "belva da palco
con chitarra roteante" e "sofisticato pensatore".
Scrisse questa raccolta di prose tra il 1979 e il 1984. Nel frattempo, durante un arco di trent'anni, progettò e perfezionò la sua terza grande opera, "Lifehouse", realizzata poi dal vivo nel 2000, segno di una continua necessità di esprimersi e di raccontare la realtà osservata, immaginata, temuta. Perché, come scrive lo stesso autore, "la bellezza si lascia vedere solo di rado; la giovinezza è raramente libera; la paura diventa una disciplina, per chi è fragile e chi è bello. E che ne è di noi spostati? Possiamo vagabondare liberi. Osserviamo e diventiamo commentatori e artisti. La nostra libertà è assoluta" e ogni lavoro di Townshend, come ognuno di questi racconti, "è un aspetto della [sua] lotta per scoprire che cosa sia veramente la bellezza". |
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Il titolo originale del libro era "Horse's
neck" e il tema dei cavalli è, in effetti, ricorrente
in tutto il libro; soprattutto ricongiunge l'inizio alla fine
della storia, il primo racconto con l'ultimo. Entrambi richiamano
immagini di cavalli che galoppano sulla spiaggia, in una giornata
di sole, cavalcati da uomini e donne sorridenti; nel primo si
tratta di un ricordo d'infanzia, nell'ultimo forse di un sogno,
un'immagine di speranza per un futuro possibile. Ricorrente
è il fascino che un animale come il cavallo esercita
sull'autore ma anche la paura a domarlo, a cavalcarlo. Mi viene
in mente la metafora che già i Rolling Stones usarono
per i loro "Wild Horses" e la collego al fatto che,
negli anni '80, Townshend ebbe una grave crisi matrimoniale
a causa dei suoi problemi con alcol e droga. Forse, può
essere. Certo è che il libro è invaso da continue
visioni e che anche lo spettro dell'alcolismo è fortemente
presente in più di un racconto, come il dolore provato
per la propria condizione di prigionia.
Il terzo tema ricorrente è la madre, probabilmente una donna molto possessiva e narcisista, quella di Townshend, che assume vari volti attraverso i racconti. Sono molte le donne che popolano questo libro: la madre, la moglie, la ragazzina di cui era innamorato ai tempi del liceo, la testimone di un processo spiata dal detective, le numerose femmine che circondavano la band durante i concerti, facili prede - o forse cacciatrici di celebrità - di una notte. La parte centrale della raccolta è infatti incentrata sulla vita on stage, sulla vita da rockstar e conta gli unici racconti in cui Townshend chiama il suo personaggio letterario con il proprio nome. Segno di una probabile traccia di autobiografia. Tra ritratti di un Townshend bambino, ricordi della città natale, scene di calore e freddezza familiare, sbronze, night club, allucinazioni e storie inventate, appare il volto di un uomo che si guarda allo specchio con un sorriso di dolceamara consapevolezza e dice: "Così, vedi, la mia storia assomiglia alla tua. Ho una madre che ho amato più di quanto sapessi di amarla. Mio padre l'ho rispettato e idealizzato più di chiunque altro; oggi so che è solo un uomo, e lo rispetto come gli altri. Ho avuto amici di cui mi sono approfittato e che si sono approfittati di me: tutto questo è stato neutralizzato. Oggi ho moglie e figli: dire che sono parte della mia vita spero non neghi loro la libertà. Sono una persona come le altre. Ho sbagliato e ho avuto difficoltà a perdonarmi i miei sbagli, proprio come te". Stefania Montanari |
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