AIR ROCK

Da ragazza intuivo che la gente che mi circondava era diversa, io sola possedevo una facoltà straordinaria ma non riconosciuta che detenevo senza farne vanto. Assaporavo il gusto di vedere e raggiungere ciò che non appariva, captavo, penetravo, sguazzavo eccitata dentro sensazioni invasive, libravo con la mente nell’infinito.
Non volevo parlarne, tentavo di nasconderla ma una smania incontrollata cresceva dentro di me e raggiungeva l’aria per avvolgersi, roteare fra gli strati di nuvole, sovrastare il fragore snervante, immergersi nel vuoto dove dolore e male non esistono .
I miei pensieri mi hanno resa invulnerabile, grazie a loro sono riuscita a sopravvivere assaporando il gusto di una libertà che per gli altri significa pazzia.

Ricordo che da piccola il cielo era di fuoco, non si poteva guardarlo, stavamo sepolti per ore nelle cantine; tutti pregavamo affinché la sua rabbia si placasse. Quando uscivamo fuori intorno c’era solo polvere, la pioggia infernale aveva distrutto le case, sepolto mia madre.
La guerra è stata lunga e forse non finisce ancora, mi ero fatta grande, vivevo con i miei fratelli e nostro padre.
Il cielo che aveva portato via la mamma si era rappacificato con me, ci guardavamo per ore senza bisogno di parlare, avevamo fatto un patto: io avrei lottato con tutte le forze per raggiungerlo, lui mi avrebbe concesso di volare.
Ciò significava dover superare molte prove, estraniarsi, allontanarsi da fatti, persone, cose, imparare a respirare per fondermi con lui, cavalcare l’aria per raggiungerlo.

Vivevamo in un paese dove tutti si conoscevano e volevano farsi i fatti degli altri, commentare, spiare, criticare. Papà spesso urlava, esigeva che mi dessi da fare, mi aggrediva con male parole accusando mamma di non avermi educato come si doveva. Guardava con risentimento, poi, taceva e si teneva distante.
La sua mania di rinchiudermi per placare il mio istinto che definiva selvaggio aveva creato un muro fra di noi, io l’avevo rinnegato e cancellato e questo fece sì che diventasse invisibile ai miei occhi.

I miei fratelli non smettevano di amarmi, ascoltavano senza battere ciglio e credevano in me. Un giorno diventeranno grandi e capiranno il senso dei miei sforzi e quanto il cielo sia stato generoso proteggendomi dalla furia degli uomini incatenati e schiavi della terra.
L’invidia e la gelosia scandiscono lo scorrere del tempo, la purezza dell’anima mi allontana e protegge dai meschini che calunniano e deridono. Dicevano che ero malata, un giorno mio padre decise che dovevo andare all’ospedale. Quella mattina i suoi modi erano gentili, sorrideva mentre mi aiutava a fare la valigia, mi chiamava la sua Teresa. Quando siamo saliti sulla corriera che mi ha portato via sapevamo entrambi che non sarei più tornata a casa, poi, ho trascorso molti anni sepolta dietro mura e sbarre.

Una storia fatta di paura e mortificazioni, di uomini e donne resi muti dalla disperazione, sedati, legati ai letti che dimenticano di essere persone.
Povertà, disamore, paura, emarginazione ti fanno crescere, pensare, esprimere, agire in modo diverso. Curarti vuol dire farti l’elettroscock, ridurti in coma, isolarti con la camicia di forza. La terra ha paura di ciò che non comprende, rinchiude e distrugge per ricondurti alla sua unica ragione.
Vivere può essere difficile, impossibile o solo sopravvivere, essere ciò che si è diventati in funzione di ciò che non si è potuti essere, rinunciare a vivere o morire per poco, voler credere, pensare, decidere ma esser privati della facoltà di farlo.

Il cielo in manicomio non esiste, ho imparato a sintetizzarlo dentro di me come simbolo di spazio dell’essere senza limiti d’espressione.
Una volta all’anno, qualche giorno prima di Natale, vengono qui tutti e tre per festeggiare il mio compleanno. Portano una rete in plastica verde piena di cose impacchettate e quel dolce fatto di noci che ha il profumo di mamma.

Sono nata nel ’39, oggi faccio 27 anni. Col tempo ho imparato ad allontanarmi dai miei fratelli, per me esiste solo Rosa che sa baciare, cantare, ballare. Vive per smantellare pensieri che sanno di muffa, combattere e stravolgere logiche scontate, inseguire le emozioni per recuperare la propria identità ,fare la rivoluzione che ci concederà di conoscere amore, libertà e pace.
Lei lavora qui ed è l’unica che non ha paura di chi grida disperato, implora con le mani tese e gli occhi sbarrati. Parla con gli isolati che fanno paura a Dio, gioca con i vecchi che vogliono esser cullati per stare buoni, consola chi mai si risveglia perché vive sedato.
La nostra essenza e fatta di sonorità, le note musicali plasmano la materia.

La musica di Rosa è simbolo di ribellione contro ogni autorità e di rinnovamento. Io la intercetto perché vive dentro di me. Spazia, infrange, dirompe mi ricongiunge al cosmo dove lo spirito può risplendere e spaziare libero.
Suoni aspri, aggressivi e distorti di fender stratocaster, gibson vibrano per insorgere ed abbattere le frontiere. Uomini e donne sinuosi e sensuali avanzano proiettati fra un’esplosione di fluidi psichedelici e si dimenano plastici. Paladini artefici di miti collettivi che smantellano ogni tabù e di una creatività trasgressiva e dissacrante si appropriano di suoni e parole soffocate per gridarle e lasciarle scorrere fino a sbattersi contro la scogliera per disintegrarsi ed abbracciare le onde del mare, risorgere dai flutti e risuonare amplificate.

Io conosco solo la costrizione, è la follia che mi fa sentire ancora viva. L’amore fuori è libero, il mio sacrifico mi concederà un giorno di scorrere per sfociare nel mio essere e diventare donna, crescerò e potrò essere ovunque.

"It ’s not the pale moon that excites me
That thrills and delight me, oh no,
It’s just the nearness of you
When you’re in my arms and I feel you so close to me
All my woldest dreams come true
I need so soft lights to enchant me
If you’ll only grant me the right
To hold you ever so tigh
And to feel in the night the nearness of you" (*)

Avevo quasi quarant’anni quando un mattino i miei fratelli vennero a prendermi.
Tornai a casa all’improvviso e senza un motivo così come tanti anni prima avevo dovuto lasciarla per entrare qui. Fuori tutto era diverso, sconosciuto, il mondo mi faceva paura, solo il cielo non era cambiato.

"Take me to the station
and put me on a train
I’ve got no exepctations
to pass through here again "
(**)

Voglio andarmene, partire, scomparire, raggiungo la stazione. Il treno per portarmi via deve sfrecciare sul mio sangue.
Rivivrò se la mia anima crescerà, potrò sopravvivere per scelta, grazia, pietà o disperazione; il resto sarà la mia vita.


di Emanuela Nicolini
(l testi riportati sono di proprietà dell'autore, non possono essere riprodotti senza il suo consenso)

(*) "The Nearess Of You" - Rolling Stones, 1993
(**) "No Expectations" - Rolling Stones, 1968


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