AMICHE
Abbiamo trascorso insieme un pomeriggio intero, lontane dai nostri uomini. Siamo insofferenti, la primavera ci ha portato inquietudine. Te l'ho confessato, tra le righe, sapendo che mi avresti capito e tu, leggera e sorridente mi hai lanciato sorrisi. Anche uno sguardo interrogativo, denso di domande e di umana solidarietà.
Era arrivata da poco l'estate quando, sola, ti ho cercato; ero piena di vino e di fumo. Odori che nemmeno una doccia, lunga, ha cancellato. Sul mio viso, mi hai detto, tracce di sofferenza profonda. "Ma cosa ti è successo?" La sera prima avevo bevuto e fumato. Ero sola. Nel cuore della notte una telefonata, invadente, mi ha svegliato. "Se tieni il cellulare acceso a quest'ora è perché mi stai aspettando" mi ha detto una voce maschile, amica, complice.
Ti sto raccontando questo, perché sono confusa e aspetto qualcosa. L'attesa di qualcuno che ormai non c'è più è sostituita adesso da una voce che mi chiama e mi pretende. "Ma allora è un uomo che ti tormenta" mi hai detto con i tuoi occhi che si aprono al mondo e sembrano occhi di bimba. "No", ti ho risposto. "Non più".
So che quel giorno non mi hai compreso. Ti ho chiesto di te, della tua vita, del tuo cercare qualcosa. Cosa?
Hai guardato il sole, con i piedi nudi appoggiati alla ringhiera del mio balcone e hai continuato a riempirti di caldo e di raggi infiniti, tu sei solare, ami l'estate. Mentre io, sudata, nervosa, inquieta, ti chiedevo parole senza dartene nemmeno una. Ho capito la tua ansia guardandoti a lungo. Quando sei pensierosa, so dove vai. Da un amore perduto e lontano che non abita più nella tua vita. "Lo ami ancora?" "No", mi hai risposto.
Ci siamo lasciate così, fra mezze verità e cose non dette. Un giorno ti ho vista piangere, ho sentito la tua voce chiamarmi e chiedermi aiuto. Ti ho dato quello che avevo, poco, ma senza lasciarti mai. "Non ce la faccio più", mi hai detto con la voce rotta da un pianto che è finito subito... qualche ora, forse qualche giorno. E ora nemmeno ti ricordi di quelle lacrime. Ho scelto di raccontarti tutto, perché mi hai consegnato la tua intimità.
Un altro pomeriggio, piovoso, d'autunno, trascorso insieme. Mi hai fatto mangiare, dici che non mangio mai. E mi hai ascoltato, senza domande, per un'ora intera. Poi qualche domanda, discreta, mai invadente. Gesti, fisici come sai essere tu. Sai tutto di me, so quasi tutto di te.
Non ho perso memoria di quei giorni in cui, incapace di raccontarti la mia vita, ti chiedevo di te. Non ho perso il ricordo di quando ti sei sfogata, con me, dimenticando poi di averlo fatto. Sto perdendo, ora, il senso di quello che ti ho consegnato, di me. Da quel giorno sei scappata, lontano. Mi vuoi bene, lo so. Ma ti inquieto. Con le mie domande, con i miei "Ti ricordi...", con il mio sguardo che, qualche volta diventa lunare e misterioso.
Tu sei solare. Ridi, neghi, confessi. Piangi e ti disperi. Poi, nei tuoi occhi torna il sole e sbiadisce con la sua luce accecante tutte le tue ombre. Io sono solare, come te. Ma la mia luce fa ombra ai tuoi sorrisi. E la mia ombra ti ricorda l'inverno, che odi. Ora non parli più con me. Parli di me, con qualcuno che io non conosco. Non mi lanci né raggi di sole, né gocce di pioggia violenta. Io sono sempre io. Ma ti interesso meno, perché sai già tutto, di me.di Chiara Biraghi
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