MACCHINA DIFETTOSA

"…Albert parcheggiò l’auto appena al di fuori del cancello d’ingresso, sapeva che la sua vittima era dentro quel centro estetico, quello sarebbe stato un lavoretto divertente.
S’avvicinò ad un’auto parcheggiata all’interno del cortile antistante e, con tutta calma, estrasse dallo zainetto un trapano a batteria con una punta da ferro molto sottile, si chinò e cominciò a trapanare il serbatoio dell’auto. La benzina fuoriuscì lentamente ed Albert gli appiccò.
Si rimise in spalla lo zainetto, impugnò il fucile a pompa e si appostò appena fuori della porta d’ingresso, attese, attese e quando il serbatoio dell’auto fu vuoto, il ritorno di fiamma la fece esplodere. Il fragore dell’esplosione attirò fuori del centro estetico due signore, Albert le freddò all’istante, ma nessuna delle due era la sua vittima. Entrò e cominciò a sparare contro le inservienti, intanto le fiamme avevano avvolto un’altra macchina che esplose, coprendo il rumore degli spari di Albert.
Uccise tutte le persone che trovò, ma nessuna era la sua vittima, intanto fuori si era creata una discreta confusione di persone che cercavano di domare le fiamme ed in lontananza si udiva la sirena dei pompieri in arrivo.
Albert aprì la porta dello sgabuzzino e trovò la sua vittima. Acquattata tremante fra scatoloni di cosmetici e spazzettoni, lo supplicò di risparmiarla, Albert si limitò a dire: <<Mi manda un tuo caro amico, ricordati di Barcellona nel 1995.>>
Albert esplose due colpi alla testa della vittima, nascose il fucile nello zainetto ed uscì. Nessuno lo notò, c’era troppa confusione e l’attenzione era tutta rivolta ai prodi pompieri. Salì sulla sua auto e tornò a casa…"

Bevvi l’ultima sorsata di rhum e coca, la bottiglia era vuota. Odio quando la bottiglia è vuota, è quasi peggio di quando finisce la stecca di sigarette alle tre del mattino, in un paese dove non esistono distributori automatici di sigarette. Sono una macchina difettosa e la bottiglia è il mio serbatoio.
Da più di tre giorni non mi muovevo di casa e tutte le scorte erano terminate. Odio stare in casa senza niente da bere, mi passa la voglia di scrivere, di mangiare, di vivere. Non posso dormire sapendo che, quando mi sveglierò, non avrò nulla da bere.

Guardai l’ora e feci un calcolo razionale della tragicità della cosa. Erano le due del mattino; forse un bar era ancora aperto.
Accesi una sigaretta, indossai la giacca di pelle ed uscii.
Girovagai in auto per circa mezz’ora, visitai tutti i bar in cui amavo fermarmi, ma erano chiusi, poi lo vidi… come un miraggio nel deserto, trovai l’ultima oasi.
<<Ciao Emma, posso entrare?>>
<<Certo, sto facendo le pulizie, ma non c’è problema.>>
Adoro la gente che dice così. In realtà i baristi odiano i clienti che gli entrano in bar mentre stanno pulendo. Odiano la gente che cammina sul pavimento bagnato. Odiano gli ubriaconi come me, ma non lo fanno notare, non lo dicono. Le persone come me, danno da vivere ai bar.

Mi appoggiai al bancone cercando di camminare il meno possibile.
<<Dammi una bottiglia di rhum… anzi, dammene due ed una bottiglia di coca.>>
<<Hai in programma una festa?>>
<<Si.>>
<<Un’altra?>>
<<Certo.>>

Salutai con un sorriso talmente falso che io stesso me ne vergognai, ma avevo il rhum e questo importava.
Aprii la prima bottiglia e bevvi una robusta sorsata. La macchina accennò a partire, il carburatore espulse l’aria ed inizio a pompare carburante. Mi rimisi in moto. La mia mente si ripopolò di quegli incubi che piacciono tanto al mio editore, quel gran bastardo. Tutti gli esseri umani sono bastardi fondamentalmente, tranne io.
Non avevo voglia di scrivere e decisi di aspettare un pò, prima di rintanarmi nuovamente in casa. Non era una serata fredda, non è mai troppo freddo per me.

Mi sedetti sull’erba umida di rugiada ed ascoltai il vento. Da lontano udivo, trasportati dal vento, i latrati dei cani che abbaiavano alla luna, risvegliando i lontani geni dei lupi, da cui discendono. Udivo le civette, i gatti che si scannavano, probabilmente per una lisca di pesce. Udivo le sirene della polizia, o forse dell’ambulanza e poi i soliti lamenti. Una sorta di pianto strozzato. Non capisco mai se questi lamenti provengano da fuori o da dentro di me.
In lontananza vidi le luci di un aeroplano, il mio aeroplano, quello che mi avrebbe portato via dalla mia macchina difettosa e dai lamenti.
Composi una poesia, dal nulla. Mi capita sempre così: le cose mi balenano in mente semplicemente, dal nulla.

"La notte trascorre fra miriadi di stelle e loschi figuri
la nicotina si spreca nell’aria ed il posacenere è ormai colmo
le luci in lontananza di un aeroplano, il mio aeroplano.
Silenzio, assoluto silenzio.
Solitudine."

Avevo ripreso a vaneggiare, era meglio tornare a casa. Se il mio editore mi avesse visto, nuovamente in quelle condizioni, avrebbe stracciato il contratto.
"Tu devi coltivare i tuoi incubi, è quello che la gente vuole leggere, incubi d’altre persone. Per sentirsi migliori, per provare pena per te ed, inconsciamente, arrivare a mitizzarti. Devi coltivare i tuoi incubi, ma non annebbiarli con l’alcool…"
Questo sostiene lui, ma a me non interessa che la gente provi pena per il relitto umano di turno, non voglio essere il mito negativo del momento, voglio solo i soldi per pagare l’affitto, le bollette e comprare il rhum.

Vuotai la prima bottiglia ed entrai in casa.
Il mattino dopo mi svegliai con un disgustoso sapore di bile in bocca, guardai il cuscino e vidi l’inconfondibile chiazza. Avevo vomitato, avevo vomitato rhum e sangue. Mi capitava spesso negli ultimi tempi ed ancora più spesso non m’accorgevo di farlo.

Erano le undici del mattino, mi alzai e scesi in cucina. Rovistai nella credenza e nel frigorifero alla ricerca di qualcosa che mi dicesse: "Mangiami", non trovai nulla di sufficientemente appetitoso. C’era ancora un po’ di ghiaccio, quindi mi preparai un bel bicchiere di rhum e coca, mi accesi una sigaretta e feci il caffè. Il mio caffè è sempre disgustoso, forse dovrei cambiare moka o marca, o forse dovrei semplicemente imparare a farlo.
Una doccia bollente e mi rinchiusi in ufficio con la seconda bottiglia di rhum, ma appena iniziai a scrivere squillò il telefono. Odio lo squillo del telefono.

Non poteva essere altri che il mio editore e forse è per questo motivo che odio lo squillo del telefono. Quando squilla il telefono è sempre il mio editore, non possiedo una vita sociale molto intensa. La mia ultima fidanzata mi ha lasciato circa otto mesi fa, affermando che lo faceva per non ridursi a bere in casa da sola come me, che non possedevo il minimo senso di familiarizzazione con la società e che ero un ubriacone. Ricordo che il mio carattere poco socievole, non incline alle uscite con gli amici e questo mio modo strano di condurre la vita l’avevano portata ad innamorarsi di me. In realtà non voleva più bere in casa con me, probabilmente l’annoiavo o forse aveva un altro. Valle a capire le donne.

Un tempo mi telefonavano i creditori che pretendevano cifre assurde per poche bottiglie di pessimo rhum, li odiavo, ma odio di più il mio editore. Forse odio il mondo intero, ma odio di più il mio editore.
<<A che punto sei con il libro?>>
<<Indietro.>>
Odio le persone che mi mettono fretta.
<<Come "indietro"? Ho già messo in piedi la campagna promozionale, siamo in ritardo con la stampa, il libro deve essere sugli scaffali delle librerie entro la fine del mese…>>
<<Gli incubi sono miei…>>
<<Stai attento. Tu sei uno scrittore solo grazie a me. Io ti risbatto in mezzo alla strada in cui ti ho trovato.>>
<<Io stavo lavorando al libro, se continui ad interrompermi non lo finirò mai…>>
Odio la gente che rinfaccia i favori che ti ha fatto, soprattutto se favori interessati.
<<…Non preoccuparti, avrai il tuo libro.>>
<<Bravo. Preparati un bel discorso per la presentazione.>>
<<Ha fatto piacere anche a me risentirti. Ciao.>>

Appoggiai la cornetta e mi rimisi a scrivere.

"…Albert salì frettolosamente le scale che conducevano ai bagni del piano superiore, ricordava una finestrella che portava in soffitta e dalla soffitta sarebbe poi scappato sul tetto. Pensava così di salvarsi dalla polizia che lo braccava.
Raggiunse la finestrella, era coperta di ragnatele ed Albert ebbe un attimo d’esitazione, ma ricordò la polizia e s’infuse coraggio. S’infilò dentro lo stretto passaggio ed appoggiò la mano su di un ammasso gelatinoso, la ritrasse immediatamente, pulendola schifato.
L’ammasso gelatinoso prese a pulsare di vita propria. Albert tornò indietro per le scale ed incontrò un altro ammasso gelatinoso che pulsava e s’allungava, formando una sorta di macabro fiore carnoso.
Albert corse a rotta di collo per la rampa delle scale, era meglio la polizia di quegli strani esseri, ma incontrò l’ennesimo ammasso gelatinoso, che stavolta assunse la forma di un coniglio, Albert fu colto dal panico………………………………… Il mio editore è una merda, il mio editore è una merda, il mio editore è una merda, il mio editore è una merda, il mio editore è una merda, il mio editore è una merda, il mio editore è una merda, il mio editore è una merda, il mio editore è una merda, il mio editore è una merda, il mio editore è una merda, il mio editore è una merda, il mio editore è una merda"

Odio quando qualcuno tenta di vincolare i miei incubi, cercando di veicolarli od azionarli modello telecomando, sono miei, sono io che scrivo quelle orrende pagine cariche di sangue, mostri e paura. È la mia mente che li genera, è il rhum che alimenta la mia mente d’angosce ed incubi.
Preparai un altro cuba libre con l’ultimo goccio di rhum della seconda bottiglia ed accesi una sigaretta. Provai il desiderio di bere un caffè, ma il ricordo del precedente me lo annullò. Cercai ancora qualcosa di commestibile, ma avvertivo una forte inibizione della carica vitale. Volevo mangiare, ma non avevo fame. Senza carburante la mia macchina si blocca.

Indossai la giacca di pelle ed andai nella bottega d’alimentari all’angolo della mia strada e quella dell’amico bar. Comprai tre bottiglie di rhum ed una di coca, maledetti ladri. Entrai nel bar ed ordinai un whiskey e coca.
<<Qual buon vento, Dario. Come ti passa?>>
<<Vento di sciagure e whiskey, mi passa male come al solito, ma a te non credo che interessi, il tuo compito è preparare da bere, cerco solo questo da te: whiskey e salatini.>>
<<Alzato male anche stamattina?>>
<<Mai alzato meglio.>>

Bevvi il mio whiskey senza toccare i salatini. Mi piace avere i salatini davanti al naso quando bevo, mi piace per il solo gusto di poter avere una cosa e non prenderla.
<<Dammene un altro.>>
<<Ore piccole?>>
<<Perché? Esistono anche quelle grandi?>>
Vuotai anche il secondo bicchiere senza toccare i salatini, ordinai il terzo.
<<Qualche problema con il tuo nuovo libro?>>
<<Nessun problema.>>
Il barista fece l’atto di spostare i miei salatini verso un altro tavolo, lo fermai.
<<Tanto non li mangi.>>
<<Voglio averli davanti, mi stimola la sete e dà l’impressione che stia facendo qualcosa o che stia aspettando qualcuno.>>
Ingurgitai il mio terzo drink, pagai ed uscii dal bar, il barista mi chiamò chiedendomi:
<<Tutto bene, Dario?>>
<<Mai stato meglio.>>
Odio i baristi zelanti che non si accontentano di aver venduto tre drink.

Tornai a casa, aprii una delle tre bottiglie di rhum ed iniziai a bere. Al secondo rhum e coca accesi una sigaretta e misi a scaldare un piatto di pasta con il tonno, al quale avevano rinunciato persino le mosche, credo fossero due o tre giorni che mi era avanzato, appoggiato sul fornello a gas. Avevo fame, la macchina s’era messa in moto e dovevo cambiare l’olio.
Avevo voglia di scrivere, ma non lo feci, non volevo più scrivere per quel bastardo, gli incubi erano miei e decidevo io quando scriverli. Aprii la seconda bottiglia di rhum, un ottimo rhum anejo.

Se il mio editore mi avesse visto in quello stato avrebbe certamente cominciato ad urlare ed a minacciare di licenziarmi, ma non m’importava. Non avrei mai più scritto per lui. Continuavo a bere seduto in poltrona e ridevo, immaginandomi la sua faccia. <<Non vuoi che annebbi i miei incubi con l’alcool? Vuoi che li descriva? Vaffanculo!>>
Cercai le sigarette e ricordai d’averle lasciate sul tavolo in cucina, mi alzai e capii di aver bevuto troppo. Stavo male, la macchina necessitava del meccanico, forse bisognava rottamarla.
Aprii la terza bottiglia.Ho 35 anni, a 35 anni nulla è da rottamare.

La vista si annebbiò, presi a vomitare sangue, caddi in terra ed ero talmente debole da non riuscire a rialzarmi. I sintomi erano chiari, li avevo già provati un paio di volte, coma etilico.
Pensai:
"Fottuto bastardo, stavolta ti ho fregato."

di Andrea P… Prandini
(l testi riportati sono di proprietà dell'autore, non possono essere riprodotti senza il suo consenso)


torna all'elenco