MONOLOGO DI FINE ANNO
30-12-2001

Stamattina ho la lacrima facile. Sarà il mal di denti, o forse lo spirito natalizio. In verità il Natale, da un po' di tempo, non mi colpisce più molto a fondo; d'altra parte nemmeno il dolore fisico è così insopportabile...
Siamo, però, alla fine dell'anno e questo sì che ha il potere di colpirmi, anche se per me l'anno termina ad agosto e ricomincia a settembre. Sì, perché quando si esauriscono le ferie, dopo che ci si è riposati e ricaricati, si è pronti per tornare a quello che si aveva sospeso, spesso con nuovi progetti e nuove energie da investire. Tra dicembre e gennaio, invece, non cambia niente; nel passaggio tra l'anno vecchio e quello nuovo si continuano a fare le stesse cose. Per me il problema - che poi non è un problema - è che i primi giorni del nuovo anno significano compiere un anno in più ed è questo, in realtà, che mi spinge a fare resoconti, bilanci, nuovi propositi.
Ogni anno, ultimamente, ho partecipato a quattro matrimoni e un funerale. Nel 2002, per il momento, so che non ci saranno i primi, spero neanche i secondi. Non ci sarà nemmeno il mio, di matrimoni. Mi dispiace per la mami e il papi, loro pensavano che sarebbe stato l'anno buono. Anch'io lo pensavo, tempo fa, ma poi ho capito presto che è meglio fare programmi per un orizzonte temporale non superiore ad un giorno. Anche questa volta la loro figlia non farà quello che sognavano per lei. Non è nemmeno diventata un'impiegata di banca. Guardo le mie mani. No, non sono da impiegata. La cicatrice dice che sono di una che ha lavorato sodo per diventare se stessa.
Se devo pensare a cosa desiderare per me per il prossimo anno, sinceramente, non so cosa rispondermi; "guardo cadere questa stella e non so più cosa desiderare, lo vedi siamo come cani di fronte al mare" cantava Francesco De Gregori. Di solito, quando esprimo un desiderio o quando prego non chiedo più cose per me, chiedo che le persone care stiano bene, che siano felici. Io ho i miei genitori, un compagno, degli amici, un lavoro, in qualche modo; una casa. Mi sento una privilegiata. Ho anche una mente che non riesce a stare ferma e non mi permette di annoiarmi nemmeno quando sono in compagnia solo di me stessa. Cosa dovrei desiderare di più? Spesso penso che, se fossi anche ricca o bellissima o affermata professionalmente, sarebbe tutto perfetto, quindi non potrebbe esistere.
Pensiamo che essere circondati da queste cose sia normale e non consideriamo che, invece, molti non le hanno. Continuiamo a preoccuparci di quale sia la moda di portare i foulard quest'anno, a rattristarci se non possiamo permetterci le mattonelle griffate nel bagno, a disperarci se, dopo tre viaggi in paradisi esotici e l'auto nuova, ora ci tocca risparmiare un po'. Davvero, le mie amiche hanno di questi problemi. Forse, per questo Natale, qualcuno ha rivolto un pensiero e una preghiera ai bambini afghani o alle donne che lottano per liberarsi dal burka - mentre qui lottano contro la cellulite - ma è triste che si debba sempre arrivare alla tragedia per accorgersi del problema, così come è triste che si debba arrivare a perdere una persona per rendersi conto di quanto fosse importante per noi.
Meglio che io non dica come la penso sulla guerra in Afghanistan e sugli attentati agli Stati Uniti: sarebbe poco natalizio. Secondo le previsioni sulle conseguenze di tali eventi, per queste Feste la gente avrebbe speso meno in regali e oggetti inutili, avrebbe rinunciato alle vacanze e avrebbe prestato maggiore attenzione agli affetti, alla famiglia, ai veri valori. Non si direbbe, a giudicare dal volume delle borse dello shopping e dal traffico in autostrada.
In un romanzo di Stephen King un virus letale si diffonde in tutto il mondo, annientando la quasi totalità della popolazione e distruggendo la cultura tecnologica raggiunta. Questo, però, significa anche niente più piogge acide, niente più buco nell'ozono, nessun rischio di una guerra nucleare. I pochi superstiti hanno così la possibilità di ricominciare da capo, ma cercano di ricostruire il mondo uguale a com'era prima. Una nuova catastrofe li fermerà in tempo, per insegnare loro ad imparare dai vecchi errori. Chissà se noi impareremo.
Per lo stesso motivo per cui, se unisco il latte e il caffè ottengo un caffellatte e non posso più dividere di nuovo i due ingredienti, il progresso non si può fermare, non si può tornare realmente indietro, si possono solo limitare i danni. Tutta colpa dell'entropia. Forse il mondo si distruggerà nel 2012, come previsto dai Maya, per opera di una catastrofe naturale. Chissà, non manca molto tempo e i deserti stanno già avanzando, il clima si sta già modificando. Se si continuerà a scrivere "ki 6?" invece di "chi sei?" anche quando non si tratta di sms, forse finiremo anche noi a parlare la neolingua, come i personaggi di "1984"; non potremo più esprimere pensieri e sentimenti, perché non ci saranno le parole per farlo. Credo di più alle previsioni di George Orwell che a quelle di Nostradamus. Quando nel 1948 scrisse che chi ha il controllo dell'informazione ha il potere, aveva ragione e direi che ora ce ne stiamo accorgendo. O dovremmo. Ok, lo so, è solo la fine dell'anno, non è l'apocalisse.
Per farvi i miei migliori auguri per il nuovo anno, dunque, posso dirvi di credere nei vostri sogni, altrimenti è ovvio che non si avvereranno mai e, nel cammino per realizzarli, considerate che ciò che incontrerete durante il percorso può rivelarsi più importante della meta stessa. Ma questo me l'ha suggerito Paulo Coelho con alcuni suoi libri, quindi è come se fosse un suo consiglio.
Io posso augurarvi di amare la vostra vita, ma non fino a consumarla come diceva Jack Kerouac. La vita è un dono prezioso, ogni giorno in più: rispettatela, anche quella degli altri. E' un dono prezioso ma temporaneo e il mondo continuerà a girare anche senza di noi, perché nessuno di noi è il centro dell'Universo. Al mondo, per andare avanti, non importerà se siamo vestiti all'ultima moda o no. I problemi sono altri. E io non mi sento migliore nel dire queste cose. Come disse quella canzone, "un altro giorno è passato e ho ancora mille miglia da fare".

di Stefania Montanari
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