Sixteen Horsepower - FOLKLORE
2002, Glitterhouse/Venus

A volte la copertina di un album, o il suo titolo, dicono già molto sul suo contenuto, sulle atmosfere che si respireranno una volta aperto questo mondo. In questo caso il minimalismo di questa bicromia sintetizza perfettamente l'essenza di questo lavoro. Nero come un cielo coperto di nuvole pesanti, nero come l'ombra di Nick Cave and the Bad Seeds, o come le ombre che possono abitare dentro di noi. Bianco e nero come un film di altri tempi, magari su una vecchia storia di vita rurale americana.
E questo disco ha proprio il sapore delle radici della musica americana, anche se qui non si tratta semplicemente di country-folk, ma il tutto deve essere concepito in un'accezione più ampia: folklore, appunto, poiché insieme alle loro composizioni originali, iSixteen Horsepower qui propongono cover di altri grandi loro predecessori ("Single Girl" della Carter Family e "Alone and Forsaken" di Hank Williams), canti tradizionali americani riarrangiati, ma anche rivisitazioni di musiche appartenenti alla tradizione di altri Paesi, come a voler sottolineare la molteplicità di culture che hanno influenzato quella americana e la molteplicità di influenze musicali che sono intervenute nel concepimento di questo disco, da un fine cantautorato alla Dylan al sottile riferimento alle melodie strazianti dei Joy Division (soprattutto in "Blessed Persistence", uno dei brani migliori).

"Horse Head Fiddle", un adattamento di un traditional di Tuva, sintetizza ed esprime al meglio l'atmosfera spettrale che pervade l'album, qui esasperata dai cupi cori, dalla voce lamentosa e dalla strumentazione ridotta al minimo, come una preghiera, dolorante e sommessa recitata nella solitudine di un deserto, forse nella solitudine degli uomini su questo mondo. Così il messaggio di salvezza e di redenzione, già frequente nelle tematiche di David Eugene Edwards, continua, più pesante, in "Sinnerman", che da monito angosciante assume via via un ritmo più sostenuto, una cavalcata per fuggire dal peccato. Splendida e struggente anche "Flutter", che si fa ammirare per l'essenzialità della melodia addolcita dal piano, per le bellissime immagini poetiche della lirica ("I hear the sound, the sound she's left me..."), qui esaltate al meglio dalla forza interpretativa del cantato.
"Single Girl" e "La Robe a Parasol", quest'ultima una vecchia mazurka cantata in francese, sono gli episodi che rischiarano l'atmosfera portando un tocco di spensieratezza sia nei testi (la prima contrappone ironicamente una "single girl" ad una "married girl") sia nella musica, rimandando a balli popolari e feste di paese, seppure col sapore di tempi lontani. Tra i brani originali composti dai Sixteen Horsepower merita un cenno "Beyond The Pale", che con le note di quel piano dolcemente malinconico, a differenza di altre melodie dell'album, non sta fuori nelle praterie, né lungo una strada o in mezzo al deserto, ma è chiusa in una stanza, un pensiero dolorante chiuso nel cuore guardando piovere fuori dalla finestra.
Un lavoro decisamente maturo, scarno ma essenziale, avvolto di mistero; un disco che non poteva essere altro che acustico, in cui non sono solo chitarra, banjo, violino e pianoforte che contribuiscono a creare immagini angosciose e oscure, ma anche il cantato, che assume qui una parte fondamentale come un ulteriore vero e proprio strumento.

Stefania Montanari


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