Arab Strap – MONDAY AT THE HUG AND PINT
2003, Chemikal Underground

La mia vicenda con l’ultima fatica degli Arab Strap potrebbe essere paragonata alla storia di Salim (se non sbaglio, credo di averla letta su un diario realizzato da una comunità di recupero). Salim era un giovane pescatore che viveva sulle rive del fiume Gange. Un giorno, mentre tornava da una pesca poco proficua, si mise a pensare a cosa avrebbe fatto se fosse stato ricco. Dopo aver percorso qualche chilometro di strada, il suo piede calpestò un sacchetto che conteneva qualcosa di simile a sassolini. Senza prestare particolare attenzione, lo raccolse e cominciò a gettare i sassolini nel fiume con lo sguardo perso nel vuoto e una speranza nel cuore. Lanciò un primo sasso, poi un secondo e così di seguito. Tra un tiro e l’altro immaginava una casa migliore, un posto migliore, una vita migliore insomma.Giunto all’ultimo sasso, lo prese e lo rigirò tra le dita, l’osservò attentamente e si accorse, con immenso rammarico, che quel sasso era una pietra preziosa.Qualcosa di analogo è accaduto ascoltando "Monday At The Hug And Pint", con conseguenze meno sciagurate e con un epilogo di certo recuperabile (stiamo pur sempre parlando di musica!).

Ero convinto che il duo scozzese, Aidan Moffat & Malcom Middleton, difficilmente avrebbe concepito un altro disco di valore dopo l’ultimo trascorso "The Red Thread" (2001) e, appunto per questo, avevo accolto la notizia del nuovo progetto con poco entusiasmo e scarsa partecipazione; non avevo alcuna intenzione di prestarmi all’ascolto. Allo stesso modo di Salim stavo cercando, altrove e non so dove, una felicità che invece era a portata di mano. La scoperta di quest’album ha fatto brillare i miei occhi, trasformando uno sbadiglio in un sorriso.
Bello davvero questo disco: le arie sono da camera (ascoltate per esempio "Who Named The Days"), le modulazioni armoniche si costellano di popolari fobie elettroniche ("The Shy Retirer" e "Serenade" fra tutte), accrescimenti folk (Loch Even Intro - Loch Even – Act Of Wow), quisquilie anestetiche (Meanwhile At The Bar Drunkar – Pica Luna), e conturbanti spasmi di chitarre distorte (è il caso di "Fucking Little Bastards", quando i Sonic Youth insegnano l’arte del rumore!). Dissonanze post-country e propensione new wave sono rintracciabili nei sinuosi lineamenti di "Flirt": l’unico brano che sembra discostarsi dagli altri. "Monday At The Hug And Pint" è incantevole e prezioso come pochi, praticamente una gemma del 2003.

Luca D'Ambrosio


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