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The
Cure - BLOODFLOWERS
2000,
Fiction/Polydor
Si
sono sciolti o no? Dopo oltre un anno dall'uscita di questo album, la
risposta è ancora incerta, ma, riascoltando Bloodflowers, si
ha l'inequivocabile impressione che i Cure fossero davvero giunti al
capolinea, pur avendo chiuso in bellezza. Quello che scrisse le canzoni
per questo album era un Robert Smith triste e stanco, senza più
stimoli per il suo mestiere. In questi brani altamente introspettivi
e nostalgici Smith ci parla della sua paura del futuro, dell'età
che avanza, della sua crisi di creatività e lo fa avvolgendosi
nel vecchio sound dei Cure, un suono che hanno inseguito per anni e
che ora hanno in pugno, come disse Smith; quello di album come Pornography
e Disintegration, dei quali Blooldflowers è il seguito ideale.
Difficile dire quale sia il brano migliore, perché ognuno è
complementare ad ogni altro, ognuno contribuisce a proiettarci in un
mondo parallelo, a creare quell'atmosfera densa, di dolce malinconia
e di amara consapevolezza che caratterizza tutto l'album, che ci si
presenta nella struggente bellezza di una rosa sanguinante.
Stefania
Montanari
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Bob
Dylan - THE BASEMENT TAPES
1975, Columbia
Uno
passa le serate giù in cantina a suonare con i suoi amici,
ha appena fatto un incidente in moto e viene da un periodo di grande
stress psico-fisico. Il tutto viene immortalato su vari nastri con
un registratore portatile, non professionale e cosa ne salta fuori?
Uno splendido doppio album suonato con maestria, contenente una miscela
di folk-rock, country e blues di alta qualità. Facile se quell'"uno"
è Bob Dylan e gli "amici" sono quelli della Band,
che hanno composto otto delle 24 canzoni e si dilettano a scambiarsi
gli strumenti: Robbie Robertson alla lead guitar, batteria e chitarra
acustica; Rick Danko è al basso e mandolino; Garth Hudson all'organo,
al sax e all'accordion; Richard Manuel al piano, batteria e arpa;
Levon Helm alla batteria, mandolino e basso; Bob Dylan suona chitarra
acustica e piano (in "Apple Suckling Tree"). Un album fondamentale
per la vita di Dylan, ancor più che per la sua carriera, perché
simboleggia il bisogno di ritornare ad una dimensione più umana,
di staccare per un attimo la spina e tornare ad essere un uomo prima
che un personaggio, prima di ricominciare da capo. Dylan suonava e
componeva senza pensare ad un seguito, alle vendite, al pubblico e
per questo ci regala brani di assoluta sincerità. Forse nessun
brano è da antologia o più probabilmente lo sono tutti:
antologia del folk americano. Ll'album, nel complesso, è un
pezzo di leggenda del rock che sprigiona una magica alchimia in ogni
istante.
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Stefania Montanari
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AA.VV.
- VELVET GOLDMINE SOUNDTRACK
1998,
London Records USA/Polygram
Storia
di un artista ambiguo e camaleontico, in pieno periodo glam-rock, che
inscena la sua morte per liberarsi dalla presenza ingombrante del personaggio
da lui stesso inventato e recitato, che l'ha reso famoso ma, per contro,
gli ha fatto perdere il contatto con la realtà. Sì, avete
indovinato: qualcosa ricorda David Bowie e il suo Ziggy Stardust e non
sono nemmeno un caso le analogie tra gli Spiders From Mars e i Venus
in Furs, il gruppo protagonista del film: tutta la storia è infatti
largamente ispirata alle vicende di Bowie nei primi anni '70, al suo
incontro con Iggy Pop e a ciò che il glam rappresentava in quegli
anni. C'è chi ha detto che questo è il film peggio interpretato
che abbia mai visto e neanche a Bowie è piaciuto, ma la colonna
sonora, almeno quella, va salvata.
Dietro ai lustrini dei componenti dei Venus in Furs si nascondono, tra
gli altri, Bernard Butler, Jon Greenwood e Thom Yorke, che canta tre
brani firmati da Bryan Ferry, con una melodia vocale che ricorda sempre
più David Byrne; Thurston Moore è invece uno dei membri
illustri dei Wilde Ratttz, il gruppo che nel film accompagna Kurt Wylde/Iggy
Pop, impersonato da Ewan McGregor, che mostra ottime performances sia
come attore che come cantante con "T.V. Eye".
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Due
canzoni della soundtrack sono state appositamente composte per l'occasione
("Hot One" e "Ballad of Maxwell Demon", cantate
dagli Shudder To Think), mentre i restanti brani sono perle - o meglio
paillettes - risalenti veramente agli anni del glam, spesso impreziosite
da una nuova "confezione", dalla loro reinterpretazione da
parte di gruppi odierni. Solo per citarne alcuni, questa colonna sonora
vanta pezzi come "Satellite of Love" di Lou Reed, "Virginia
Plain" dei Roxy Music, "Make Me Smile" di Steve Harley,
"20th Century Boy" dei T-Rex cantanta dai Placebo, "Personality
Crisis" dei New York Dolls cantata dal Teenage Fanclub & Donna
Matthews. Anche l'attore Jonathan Rhys Meyers, protagonista del film,
si dimostra un discreto cantante, almeno in sintonia con il genere,
esibendosi in due brani, "Baby's On Fire" di B. Eno e "Tumbling
Down" di S. Harley.
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Stefania Montanari
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