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Peter
Astor - SUBMARINE Che dire! Quest'uomo
mi ha sempre affascinato, intrigato, coinvolto. Un po' mi incuriosiva
la tenacia di Alan McGee (e chi ha amato il coraggio primordiale della
Creation sa cosa voglio dire) nell'offrirgli stimoli e possibilità;
un po' mi piaceva quell'attitudine indie che spuntava con passione nel
cercare di tracciare nuove coordinate per il pop, distanti dai suoni
un po' troppo devastati e privi di emozioni che a quel tempo pervadevano
l'Inghilterra. |
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Submarine è quello che nel gergo si chiama un disco dimenticato, dimenticato forse anche da Pete stesso; in realtà è un disco da rivalutare e che già mostra quel pizzico di saggezza poi esplosa dieci anni più tardi con Harry. Forse la saggezza di misurarsi da solo, lontano dalle costrizioni di una band inscatolata e ingabbiata in un genere definito, forse quella di dare alla propria creatività tutto il tempo necessario per potersi esprimere. Lontano dalle aspettative. A suo modo già maturo nella fase compositiva, il disco contiene vere e proprie splendide canzoni, per chi ama il genere. Provate a farvi entrare nella pelle l'indolenza di Your Sun Leaves The Sky, che con quel suo emergere notturno sembra una seducente creatura mostruosa che vaga indifferente. Oppure provate a grattare sotto l'involucro pop di Holy Road, penetratene l'essenza e ditemi se non vi ritroverete dalle parti di un polveroso villaggio da Far West, magari spaesati, come lo sarebbero un gruppo di amici vegetariani capitati chissà come a una grigliata. O ancora lasciatevi andare alle immagini delicate di Emblem pensando a dove sarebbero potuti arrivare i Velvet Underground se avessero amato le morbidezze. E poi gustatevi la chicca On Top Above The Driver, leggera come un fiocco di neve rimasto sospeso per trent'anni. Che dire! Quest'uomo la musica ce l'ha sempre avuta nel sangue, senza clamori. Bastava solamente tenerlo d'occhio, dargli tempo e aspettare con pazienza. Non si fa così anche con il whiskey del Tennesse? Pier Angelo Cantù |
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