|
|
Beasts
Of Bourbon - THE AXEMAN'S JAZZ
1984
, Red Eye Records
Registrato
interamente in presa diretta in quel di Sidney, lungo il misero arco
di ore di un singolo rovente pomeriggio, "The Axeman’s Jazz",
opera prima di abbagliante bellezza degli australiani Beasts Of Bourbon,
è uno di quei dischi attraverso i quali si tramanda l’essenza
stessa della musica di cui, ancora oggi, qualcuno vorrebbe incolpare
il demonio: quel legame che unisce indissolubilmente la fisicità
di un suono, la sua percezione quasi tattile, all’elettricità
che contagia l’intero corpo a partire da un piede che batte il ritmo,
un vigore che continua a turbinare anche nel cervello, che riconcilia
con la vita anche a un passo dal baratro alimentando una insaziabile
sete di ricerca per addivenire a nuova linfa: il rock, in una parola,
quella malattia che, anche in tempi di maturità vera o presunta,
continua a resistere a qualsiasi antibiotico e a qualsiasi cura.
Diretta
emanazione del blues sporco e malato di Cramps, Gun Club e Birthday
Party, nipotini degeneri di Rolling Stones e Captain Beefheart, i Beast
Of Bourbon nascono un po’ per gioco nel 1983, una sorta di supergruppo
ideato inizialmente come side project dai propri membri (Tex Perkins,
Spencer Jones, James Baker, Kim Salmon e Boris Sudjovic, in parte già
impegnati con altre bands) e assurto giocoforza a progetto principale
solo qualche anno più tardi, nel 1988, con la pubblicazione dell’ottimo
"Sour Mash", dopo un esordio, questo, che si dimostra fin
dall’inizio inequivocabile fondamenta della nascente babele dell’ aussie-rock.
|
|
Blues
si è detto, e profondamente blues è l’anima che pervade
il disco dal primo all’ultimo solco, un blues già perfettamente
memore della lezione del punk, che trova negli sguaiati pub di periferia,
dove l’alcool si misura a litri e il fumo si abbatte a colpi di machete,
il terreno più fertile per il suo irrefrenabile contagio. Molte
le anime che attraversano il lavoro, uno solo il segno che le accomuna
e le sospinge nella stessa direzione.
Si
parte con "Evil Ruby", ballata elettrica dal piglio vagamente
stonesiano, e il ghiaccio è rotto dopo poche battute: con le
temperature che iniziano a svilupparsi non sarebbe del resto pensabile
altrimenti; "Love & Death" è uno splendido blues
lento e malato, retto da un giro di basso e dagli eccitanti gemiti di
due chitarre, con "Grave Yard Train" proseguiamo nella stessa
direzione, addentrandoci nel cuore della foresta, verso la sorgente
del suono più (im)puro, mentre "Psycho", già
edita su singolo, è una ballata davvero trascinante ed emozionale
di stampo quasi fifties. A
questo punto un tempo si usava girare il disco e, se potete, cercate
di mantenere l’abitudine: una piccola pausa sarebbe davvero auspicabile
per ripristinare pressione e pulsazioni.
"Drop
Out" aumenta un po’ la tensione grazie ad un travolgente e sguaiato
riff di chitarra, mentre in "Save Me A Place" esce allo scoperto
un po’ di cattiveria insieme ad una voce sofferta come non mai; "Lonesome
Bones", sempre più ostaggio delle dodici battute, è
ideale preludio a "The Day Marty Robbins Died", forse il capolavoro
dell’album, ballata lenta, magica e solenne, introdotta e sostenuta
da uno splendido giro di chitarra. A "Ten Wheels For Jesus",
infine, il compito di chiudere con ritmi più folli e convulsi,
e una contagiosa chitarra "voodoobilly", un album davvero
travolgente ed indimenticabile. Indimenticabile
per chi, da lezioni come questa, ha tratto spirito ed energia per ridere
di tutte le morti del rock decretate, con impressionante e regolare
cadenza, dalla corrente o dal giornale trendy di turno; per chi, in
preda a questi spasimi, si è fatto latore di un sogno, lo stesso
fra i grattacieli di Sidney, le spiagge della California o le risaie
della bassa Padana ed intorno ad esso ha plasmato la propria esistenza,
riuscendo a resistere, nelle diverse situazioni, grazie ad un pizzico
di follia nel metodo o, viceversa, ad un pizzico metodo nella follia.
Per chi, insomma, ha iniziato allora ad ammalarsi e ringrazia il cielo
di non essere ancora guarito.
di
Marco Tagliabue, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 52,
maggio 2001
|