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The
Black Heart Procession - 2
1999,
Touch&Go
Non
sapevo proprio cosa aspettarmi da questo disco mentre mi accingevo a
metterlo nel lettore, non ne sapevo nulla, se si escludono alcune affermazioni
di Pall Jenkins, il cantante: "Quando iniziammo il primo album
ci rendemmo conto che ben otto delle canzoni realizzate avevano la parola
heart nel titolo; così, venne quasi naturale usarla per il nostro
nome; black perché è il colore che maggiormente ci rappresenta;
procession perché la nostra idea è di un gruppo che sia
aperto al cambiamento". Questo era comunque bastato per convincermi
dell’acquisto a scatola chiusa.
In realtà questo disco, seconda prova del gruppo californiano
formatosi nel 1997 come progetto parallelo dei Three Mile Pilot, è
molto più di un cuore nero palpitante; esso rappresenta, e perdonate
la metafora un po’ logora, un vero viaggio emozionale sull’onda di passioni
lente ed offuscate; lente perché accompagnate da melodie dilatate
grazie all’utilizzo di una strumentazione poco convenzionale (organi,
seghe, pianole giocattolo, trombe); offuscate perché lontane,
perse in un passato difficile da recuperare.
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Possono ricordare, a tratti, Nick Cave, quello di "Your Funeral,
My Trial", specialmente in alcuni passaggi di "The Waiter",
o i 16 Horsepower, nell’incedere cupo e solenne di "A Light So
Dim".
I testi, curati e mai banali, con la voce velata e accorata di Jenkins
a sottolinearne l’intensità, ci parlano di una pulsione insopprimibile
alla fuga, da un amore, da un luogo ("now i know that i must leave
and i can’t remember when i ever felt so great", "Blue Tears"),
e della paura, del dolore, che sempre accompagneranno questo abbandono
("if you leave, how can you leave on this hook, ‘cause we’ll grow
old here, you can never leave", "When We Reach The
Hill").
Scorrono così "The Waiter #2" e #3 (la prima parte
apre il disco d’esordio), racconto struggente di un’attesa rassegnata
che non finisce, la già citata "Blue Tears", una ballata
dolce e triste scandita da un organo che ricorda una melodia da baraccone,
la lenta e sommessa "Gently Off The Edge", e ancora "It’s
A Crime I Never Told You About The Diamonds In Your Eyes", brano
"orecchiabile" che vi ritroverete a canticchiare con il cuore
a pezzi.
Il "crimine", comunque, resta quello di creare o ricostruire
una barriera fra le inquietudini delle canzoni e quelle del nostro cuore,
fingendo magari di non riconoscerle, o solo rinunciando alla cura necessaria
per trovare loro il giusto nutrimento.
Valentina Bellè
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