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David
Bowie - LOW Deposti
i panni ambigui di Ziggy Stardust, in antitesi con gli eccessi e i percorsi
funk-black-dance da cui era recente reduce con il fortunato "Station
To Station" (1976), David Bowie si veste di decadenza per inoltrarsi
nei meandri cerebrali di una musica maggiormente autoreferenziale, innovativa
e sintetica, ancor più straniante perché lontana, oltre
che dai propri trascorsi, anche dai fragori del punk, ciclone mondiale
in atto che osserva, nel frattempo, parecchi artisti genuflettersi,
riciclarsi o tentare di cavalcarne l’onda. Non è così
per il "duca bianco", che si rintana a Berlino per dare alle
stampe tre dei suoi dischi migliori di sempre: "Low" e "Heroes",
usciti nello stesso anno (1977) e "Lodger", che chiuderà
la trilogia berlinese due anni più tardi. |
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Offuscato
in termini di eco commerciale, ma salutato fin da subito da sperticati
elogi della critica e circondato da un alone di misterioso fascino che,
a distanza di quasi venicinque anni, risulta immutato, soprattutto per
le atmosfere che ancora emana, intrise di cupezza elettronica e lontane
da qualsiasi concetto di ammiccamento a sonorità da classifica;
una sfida per lo stesso Bowie, abituato ad abitarle, le classifiche,
con disinvoltura ed eleganza. Il desiderio di dare una svolta è
sia estetico che sostanziale, caparbiamente ricercato a partire dai
collaboratori che David chiama in studio, primo fra tutti e copartecipe
di quell’indelebile marchio sonoro, Brian Eno, all’epoca conosciuto
soprattutto per aver fatto parte dei Roxy Music e per sapersi destreggiare
con abilità fra gli aggeggi della nuova elettronica. I due, coadiuvati
da Carlos Alomar alla chitarra elettrica, Dennis Davis alle percussioni,
George Murray al basso, Iggy Pop alle voci e Tony Visconti alla produzione,
confezionano undici poliedriche tracce che spaziano fra ritmiche glamour
perfettamente bowieane ("Speed Of Life" che però è
una traccia strumentale ) a esercizi fortemente espressionisti (la splendida
scurissima e quasi dark "Warszawa"), tutto amalgamato in un’elettronica
pervasiva ma intrisa di romanticismo ed emozioni, elementi che differenziavano
il disco di Bowie dalla contemporanea e concittadina produzione krautrock
di Kraftwerk, Neu e Can. Pier Angelo Cantù |
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