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Brad
- INTERIORS Assolutamente
affascinante percorrere l’intricato intreccio di vasi sanguigni che
si è diramato e aggrovigliato nel corso degli anni attorno all’enorme
cuore pulsante dei Pearl Jam. E’ un elenco di nomi e situazioni che
coinvolge esperienze e band più o meno estemporanee, più
o meno fortunate, divertite, consapevoli. Un gioco ad incastri che potrebbe
non finire mai, come non finirebbe il nostro stupore nello scoprire
l’enorme amore per la musica che anima la vita di tutti questi ragazzi
e, più in generale, di tutto l’ambiente attorno a Seattle. |
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I chilometri di nastri incisi per puro gusto trovano sbocco per puro
caso nel sorprendente e splendido "Shame" (doveva essere il
nome della band, cambiato all’ultimo momento per un curioso caso di
omonimia locale). E a cinque anni di distanza questo "Interiors"
dimostra che il progetto è ambizioso e molto più che un
semplice divertimento.
Senza
tradire legami e parentele, il suono dei Brad è originalissimo
proprio perché libero da costrizioni e condizionamenti, ma non
risulta affatto sperimentale, incerto, spocchioso o posticcio. Il disco
trasuda amore per il rock, passione per la ballata; Gossard riversa
il suo rimpianto per l’amico Wood, ribadisce le riverenze per il maestro
Neil Young (sentire la riuscitissima "Funeral Song"); dal
canto suo (nel senso letterale del termine), Shawn Smith è una
vera rivelazione: a metà strada fra Ben Harper e Stevie Wonder,
la sua voce soffia come brezza ideale per questo giardino sonoro dove
si coltivano con cura i germogli del rock e del funk, dove chitarre
e pianoforte non si pestano i piedi, dove il grunge è finalmente
e definitivamente al di là del muro. Canzoni bellissime, intelligenti,
sorprendenti, atmosfere spesso ovattate, fra le quali spiccano "The
Day Brings", "I Don’t Know" (una grande canzone), "Some
Never Come Home" (assolutamente una sorpresa) e la classica "Upon
My Shoulders" (andranno in visibilio gli amanti dei Procol Harum). di Pier Angelo Cantù, tratto dalla rivista Late For The Sky |
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