Brad - INTERIORS
1997, Epic

Assolutamente affascinante percorrere l’intricato intreccio di vasi sanguigni che si è diramato e aggrovigliato nel corso degli anni attorno all’enorme cuore pulsante dei Pearl Jam. E’ un elenco di nomi e situazioni che coinvolge esperienze e band più o meno estemporanee, più o meno fortunate, divertite, consapevoli. Un gioco ad incastri che potrebbe non finire mai, come non finirebbe il nostro stupore nello scoprire l’enorme amore per la musica che anima la vita di tutti questi ragazzi e, più in generale, di tutto l’ambiente attorno a Seattle.
E’ l’infaticabile Stone Gossard l’anello di congiunzione che lega i Brad ai propri trascorsi, principalmente ai Malfunkshun, ai Green River ma soprattutto ai Mother Love Bone, quella stupenda esperienza con l’indimenticabile Andrew Wood, un’altra anima fragile che è andata a cantare il proprio dolore in quel mondo che non ci appartiene.
I Brad prendono vita nel 1993, al capolinea di un estenuante tour dei Pearl Jam che lascia ferite su tutti tranne che su Gossard, il quale decide di liberarsi dalle tossine andando a suonare l’amato funk nelle cantine dei vecchi amici Regan Hagar e Shawn Smith (batterista e cantante dei Satchel) in compagnia dello stimato bassista locale Jeremy Toback.

I chilometri di nastri incisi per puro gusto trovano sbocco per puro caso nel sorprendente e splendido "Shame" (doveva essere il nome della band, cambiato all’ultimo momento per un curioso caso di omonimia locale). E a cinque anni di distanza questo "Interiors" dimostra che il progetto è ambizioso e molto più che un semplice divertimento. Senza tradire legami e parentele, il suono dei Brad è originalissimo proprio perché libero da costrizioni e condizionamenti, ma non risulta affatto sperimentale, incerto, spocchioso o posticcio. Il disco trasuda amore per il rock, passione per la ballata; Gossard riversa il suo rimpianto per l’amico Wood, ribadisce le riverenze per il maestro Neil Young (sentire la riuscitissima "Funeral Song"); dal canto suo (nel senso letterale del termine), Shawn Smith è una vera rivelazione: a metà strada fra Ben Harper e Stevie Wonder, la sua voce soffia come brezza ideale per questo giardino sonoro dove si coltivano con cura i germogli del rock e del funk, dove chitarre e pianoforte non si pestano i piedi, dove il grunge è finalmente e definitivamente al di là del muro. Canzoni bellissime, intelligenti, sorprendenti, atmosfere spesso ovattate, fra le quali spiccano "The Day Brings", "I Don’t Know" (una grande canzone), "Some Never Come Home" (assolutamente una sorpresa) e la classica "Upon My Shoulders" (andranno in visibilio gli amanti dei Procol Harum).
Lontano da campionature ingombranti, da suoni appiccicaticci, attento alle sue radici, il rock prosegue con coraggio la propria strada. Quella dei Brad è una strada fatta di idee, di emozioni e di passione per la musica.

di Pier Angelo Cantù, tratto dalla rivista Late For The Sky


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