Buzzcocks - ANOTHER MUSIC IN A DIFFERENT KITCHEN
1978, United Artists

Sarebbe bastato "Spiral Scratch", l’EP di debutto del 1977, per consegnare ai Buzzcocks una meritata fetta di immortalità. Non tanto per il suo innegabile valore artistico e nemmeno perché, alla luce dei fatti immediatamente successivi, sarebbe rimasta l’unica pubblicazione ufficiale della band con la propria coppia d’assi in primo piano. Di li a qualche settimana, infatti, un imprevedibile Howard Devoto, con la scusa di ritornare al college, avrebbe deciso di ributtarsi nella mischia con i suoi Magazine, lasciando l’ex socio Pete Shelley a gestire il vecchio marchio in completa libertà. Oltre a tutto ciò, dunque, "Spiral Scratch" riveste un’importanza storica fondamentale: pubblicato in una tiratura iniziale di mille copie per la minuscola New Hormones, etichetta di proprietà della band, fu il primo lavoro autoprodotto del punk rock inglese: la pietra sulla quale si sarebbe edificata l’imponente cattedrale della musica indipendente targata U.K.

I Buzzcocks si erano formati a Manchester nel 1975. Furono fra i primi, forse davvero i primi, ad essere stregati dal ciclone Sex Pistols ed a cercare di importare il caotico fermento londinese sulla scena della propria città natale. Dai Pistols gli ex compagni di college Peter McNeish e Howard Traford, trasformatisi subito per esigenze di copione in Shelley e Devoto, cercarono di mutuare la ventata di freschezza e le bordate di energia, la brillantezza, la concisione e la carica innovativa, lasciando volutamente da parte ogni ripercussione politica della fin troppo irriverente immagine pubblica dei quattro e, più in generale, ogni esasperazione del normale concetto di trasgressione tanto caro all’etica punk.
Con testi prettamente adolescenziali, inneggianti all’amore ed al divertimento, e una spiccata sensibilità pop, che non aveva pietre di paragone fra le avanguardie del movimento in Terra d’Albione, i Buzzcocks cercarono in fondo di risalire, magari senza rendersene perfettamente conto, direttamente alle sorgenti di quel fiume in piena, che stavano al di là dell’oceano sotto i giubbotti di pelle dei quattro fratellini Ramone.
E’ opinione diffusa che il meglio lo diedero attraverso i singoli, in quello che da sempre è il formato per eccellenza per ogni punk band che si rispetti. Dopo il folgorante debutto ci provarono nell’ottobre del 1977 con "Orgasm Addict" ma, nonostante la potenza del brano, anche in quei tempi il titolo era troppo forte per aspirare ad una normale programmazione radiofonica e, di conseguenza, alle charts. Solo un breve intervallo per piazzare, qualche mese dopo con il successivo "What Do I Get?", la prima zampata nei Top 40. Ci avrebbe comunque pensato nel 1979 l’imprescindibile antologia "Singles Going Steady" a dare un alloggio definitivo a queste ed altre piccole perle disseminate lungo quegli anni roventi: inutile dire che (anche) il suo acquisto è caldamente consigliato.
Delle tre prove sulla lunga distanza che la formazione, attraverso vari rimaneggiamenti, riuscì a dipingere nei tormentati anni del suo ciclo originale ("Another Music In A Different Kitchen" e "Love Bites", 1978, "A Different Kind Of Tension", 1979), prima che le inevitabili successive rimpatriate contribuissero a sbiadirne il ricordo, abbiamo scelto, non a caso, il ruvido e spigoloso debutto.
Giunto in ritardo di un anno rispetto all’esplosione del fenomeno in Inghilterra ed agli esordi a trentatre giri dei diretti concorrenti, "Another Music In A Different Kitchen", che oltretutto contiene qualche episodio a firme congiunte da parte dei due vecchi rivali, riesce a mostrare invariabilmente che quel tempo non è trascorso invano. Fra i suoi solchi alberga il punk nel suo spirito più genuino ma, contemporaneamente, l’obiettivo mette a fuoco nuove e più avanzate direzioni che, a loro volta, denunciano antichi e ben radicati legami.
Se, sulla prima facciata, brani come "Fast Cars", "No Reply", "Get On Your Own", "Love Battery" rispondono alla più schietta filosofia dell’epoca con una voce sguaiata, figlia delle corde vocali di Johnny Rotten e del suo canto monotono e allucinato, riff chitarristici duri e martellanti, senza assoli, sostenuti da una base ritmica secca, veloce ed ossessiva, per i classici due minuti due di durata, con episodi quali "You Tear Me Up", spiccata sensibilità pop, coretti molto fifties ed il primo assolo di chitarra, e "Sixteen", trame chitarristiche più evidenti ed un curioso incedere quasi ritmico, si cerca di allungare un poco il passo.
La porta viene decisamente sfondata nella seconda parte, dove scompare la mano di Devoto ed i brani si dilatano assumendo strutture più articolate, la voce si fa più controllata rivelando maggior disposizione al canto.
"I Don’t Mind", pop fino al midollo, è un neanche tanto velato omaggio ai Ramones di "Rocket To Russia", "Fiction Romance" segue un canovaccio pop quasi tradizionale, fatto di melodia, strofa e ritornello; in "Autonomy" la chitarra comincia a ritagliarsi spazi sempre maggiori, sostenendo con riff e assoli i cambi di direzione e le trame più complesse del brano, mentre "I Need" è l’unica concessione allo spirito più puro del ’77. Ma la vera sorpresa è negli oltre cinque minuti affidati in chiusura a "Moving Away From The Pulsebeat", il brano più complesso dell’album, in cui la chitarra esplora territori quasi psichedelici innestandosi, con lunghi assoli e trame circolari, sui ritmi più complessi ed articolati sostenuti da percussioni di stampo quasi tribale. Certe atmosfere dei Can non sono poi così distanti. Certi nostri piccoli/grandi sogni nemmeno.

di Marco Tagliabue, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 62, gennaio 2003


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