Cristina Donà - NIDO
1999, Mescal

Se la qualità della musica Italiana degli ultimi tempi equivalesse alla metà di quella contenuta nei prodotti di Cristina Donà, il nostro tricolore potrebbe essere piantato sulla vetta di tutto il mondo discografico. Naturalmente occorrerebbe prima farla conoscere ai suoi connazionali che, come sappiamo, non si curano che di Ramazzotti, Jovanotti e compagnia bella. Se fosse per me la introdurrei nelle scuole e farei fare esami su di lei all’università! Si potrebbe scrivere un libro su "Nido": una recensione non potrà mai accogliere le migliaia di idee contenute in questo disco. Dove iniziare? Parlerò di Cristina, la donna italiana più affascinante che conosca. Ha un particolare carisma fatto di umiltà arrendente e timidezza eccitante. Tutto ciò prima di sentirla parlare. La sua voce è dolcissima e sensuale, non vorresti contraddirla neanche per salvarti la pelle. Non si direbbe affatto che quella donna grintosa, disinvolta, provocante davanti al pubblico pochi minuti prima sia la stessa persona con la quale state parlando. Poi, quando le fai i complimenti, arrossisce e ti chiede di dettarle cosa vuoi che scriva sulla dedica dell’autografo!

"Nido" è fresco ed intenso, raffinato e completo. Questa giovane ragazza di provincia che in tutta naturalezza e senza pretese inventa un nuovo mondo musicale ha proprio dell’incredibile. Già il precedente "Tregua" testimoniava la nascita di un nuovo rock che con "Nido" si consolida in un genere a se. È difficile determinare che tipo di ascolti abbiano influenzato o cosa abbia ispirato la vena artistica di Cristina. C’è chi la accosta a P.J Harvey o Patti Smith e persino a Joni Mitchell. In realtà non vi sono elementi tecnici o poetici che rimandino a queste grandi donne del rock; forse è il coraggio che le accomuna. Un coraggio che in alcuni casi si materializza in brani difficili, vedi "volo in deltaplano", ma che una volta ‘digeriti’ proiettano fortissime immagini dentro di noi: "vedo me mentre cerco di stare sola e forse mi aiuta sapere che siamo solo un passaggio di ombre che si perdono se perdono il cuore".
Il disco è gonfio di strumenti (archi e fiati ma anche percussioni ed effetti) arrangiati sapientemente dalla stessa Cristina – con l’aiuto di Manuel Agnelli. "Nido" è nato senza scendere a compromessi, senza prescindere alcunché; è un opera fuori dal mondo musicale che conosciamo. Le ritmiche sono così originali e complesse che quasi non si potrebbero/dovrebbero chiamare così; anche quelle dei brani più pop dell’album sono evolutive ed imprevedibili. Poi c’è la voce di Cristina. Quella voce che si rende subito inconfondibile; o ce l’hai o non sei Cristina! Ora soffice e penetrante, ora potente e brillante, ora stridula e distorta, a volte lagnosa ed insofferente; non a caso la Donà è capace di presentarsi da sola sul palco e condurre un intero concerto di sola voce e chitarra. Un vero fenomeno.
Molte e varie sono le collaborazioni in "Nido": a parte il già citato Manuel Agnelli che si occupa un po’ di tutto (cori, chitarre, piano, hammond, arrangiamenti, ecc.), troviamo niente meno che Robert Wyatt (Soft Machine) con il suo corno, Morgan dei Bluevertigo e Marco Parente.
I brani dell’album possono essere raggruppati in tre filoni generici: la sperimentazione, il pop ed il jazz. Al primo appartengono brani originali e poco orecchiabili, pezzi a cui dovrete dedicare un discreto periodo di assimilazione dopo il quale non potranno più essere dimenticati. Questi sono: la stessa ""Nido"" (una sensuale metafora dell’essere donna), "così cara" (viaggio ironico nel mondo della prostituzione), "volo in deltaplano" (drammatica consapevolezza dell’essere temporanei ed insignificanti), "volevo essere altrove" (due momenti di vita moderna di cui faremmo volentieri a meno) e "cibo estremo" (esposizione sulle contraddizioni della gastronomia e dietologia). L’insieme pop è invece composto dalla ninna nanna "goccia" (la sofferta incapacità di chiudere con il partner non più desiderato), un poker rock: "qualcosa che ti lasci il segno" (contrariamente a ‘goccia’, questa volta il partner viene brutalmente mollato), " l’ultima giornata di sole" (onirica festa della natura), "deliziosa abbondanza" (quando l’abbondanza uccide) e "terapie" (la congenita necessità di assumere farmaci, anche se superflui), una danza dalle tinte esotiche "brazil" ed un blues "mi dispiace" (pesante ed ironica autocritica; indirettamente il messaggio è –sono così, lasciatemi in pace-). Infine il capolavoro jazzato che vale un album da solo: "mangialuomo", i cui testi importanti e coinvolgenti colpiscono in profondità: "l’uomo mangia l’uomo, succhia la preda e dimentica".
Un’opera indispensabile, insomma, che non avrà pari nella vostra collezione. Trentotto minuti di sublimi visioni e percezioni che non verranno lasciate sole nella loro custodia neanche a distanza di decenni.
Andate, quindi, e fate sì che la parola di Cristina si diffonda. Come detto in apertura infatti, la nostra amatissima è misconosciuta e le sue canzoni inascoltate; lei stessa dice: "mi dispiace, non so parlare così bene da intrattenere, ho accumulato parole inascoltate, le conservo coi fiori sul davanzale". Non c’è un Maurizio Costanzo che la inviti in televisione, una stazione radiofonica nazionale che passi un suo brano o un telegiornale che annunci l’uscita di un suo ciddì; per trovare un suo disco devi spulciare in 3 negozi della capitale, basti pensare che "Nido" ha venduto più copie nel Regno Unito che da noi..Immaginiamoci se gli inglesi capissero cosa dice!! "Mi dispiace Cristì! Non sarai mai ricca e famosa se continui così!" Ma a lei evidentemente non interessa questo tipo di successo, è un’artista autentica, come pochi ancora: versa l’anima nella penna e nella cassa armonica sul ginocchio senza pensare ai riscontri commerciali; si accontenta, inconsapevolmente, di quello zoccolo duro che scalpita soltanto a sentire il suo nome..Lei passerà inosservata per altri dieci anni e quando le persone se ne accorgeranno si sentiranno fieri di essere italiani e si chiederanno dove fossero vissuti fino a quel momento, ma soprattutto si domanderanno come abbia fatto Carmen Consoli ad avvalorarsi del titolo di "cantantessa d’Italia"!

Francesco Collepardo


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