Eels - SHOOTENANNY
2003, Virgin

Se escludiamo il sorprendente album d'esordio "Beatiful Freak" (1996), quel concentrato di emozioni e fragilità sonore, conseguenza di non poche disgrazie personali, battezzato Electro-Shock Blues (1998) e, infine, le balenanti ballate pop-rock di "Daises Of The Galaxy" (2000), gli Eels sembrano essere caduti in un consapevole letargo. Quella pallida consapevolezza che preclude i sogni, delimita le capacità e, inevitabilmente, tradisce le aspettative dell'ascoltatore.
Prima con "Souljacker" (2001) e, adesso, con "Shootenanny" (2003), il signor E ci consegna un rock eterogeneo e tiepido che, pur non mancando di meraviglie e bisbigli, si dirada in costruzioni prevedibili e grossolane. Come se qualcuno, improvvisamente, avesse staccato la spina del cuore. E' il caso di "Love Of The Loveless", una cantilena che suona come un carillon, tra folk, stillicidi elettronici e accenti leziosi. "Agony" ha tutte le premesse per essere una sottile ballata d'autore, ma le rimbombanti scariche di batteria e le chitarre disturbate la rendono eccessivamente sfarzosa.

Non c'è nulla da fare: il disco manca di profondità e continuità. "Rock Hard Times" è senza spirito e fin troppo pronosticabile. Meglio "Lone Wolf", che si imbratta di blues e country rock. Si rischia di perdere le staffe ascoltando la super popolare "Wrong About Bobby" e il combat pop di "Dirty Girl". Tra le composizioni più immediate e solide si intravedono "All In A day's Work", un arcigno giro di blues con brevi fughe melodiche, e il sano rock'n'roll di "Saturday Morning", offuscato da gorghi psichedelici e refrain di stampo sixties. Qualcosa cambia con la languida "Restraining Order Blues", densa di arrangiamenti slide, e "Somebody Loves You" che sembra uscita da "Daises Of The Galaxy".
Un'attenta analisi e un ascolto ripetuto ti fanno scoprire che nel disco ci sono canzoni che, rispetto al precedente, hanno una marcia in più e non temono alcun confronto con il glorioso passato. Accade con "Numbered Days", brano in cui si incontrano armonie e lievi storture narcotiche e "The Good Days", incantevole come il sole al crepuscolo, mentre "Fashions Awards" è così serafica che vorresti canticchiarla a tuo figlio prima di andare a dormire. Queste ultime costruzioni sono di pregiata fattura e riescono, anche se di poco, a far lievitare il giudizio finale: "Shootenanny" lambisce la sufficienza, se non altro per quei rari momenti di nitida speranza.

Luca D'Ambrosio


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