Fairport Convention - LIEGE & LIEF
1969, Island LP

Un disco baciato da eventi magici, brezze soprannaturali e divine alchimie. E’ la fotografia di un gruppo strepitoso, giunto al successo in modo fulmineo e imprevedibile quanto meritato: le intuizioni di Joe Boyd, illuminato produttore, il genio chitarristico di Richard Thompson, la precisione dell’eterno Simon Nicol, la vibrante batteria di David Mattacks, il battito cardiaco di Ashley Hutchings e su tutto, il soffio regale delle tormentate corde vocali di Sandy Denny. Questo lavoro, tutt’ora considerato l’apice della carriera del favoloso supergruppo londinese, ha avuto forse il solo difetto di cristallizzarne l’immagine radicata alle sonorità vicine a folk e tradizione, una visione certamente riduttiva e che non rende giustizia alle vibranti pulsioni rock, blues e psichedeliche che emergevano fra le righe di quei pentagrammi. Niente da recriminare, se non che riascoltato trent’anni dopo ci tormenta il rimpianto di quanto sia stata breve quella stagione e ci consola sapere che una strada importante è stata comunque aperta e percorsa in seguito da miriadi di band e artisti devoti.

La meraviglia prende forma nei locali angusti di una villa presa in affitto a Winchester nell’estate del 1969, dopo che la tragedia avvenuta sulla strada di ritorno da Birmingham il 12 maggio (nel pullmino rovesciato morirono il batterista della band Martin Lamble e Jeanny Franklyn, la ragazza del giovane Thompson), aveva lasciato nei ragazzi profonde tracce di vuoto incolmabile. Presi per mano da Boyd, incoraggiati dal successo di "Unhalfbricking" e stregati dalla musica proveniente dall’altra parte dell’oceano (nel disco non compare la splendida versione di "Ballad Of Easy Rider"), la band si concentra su una sorta di British Roots dal sapore ruvido che viene accolta in modo caloroso come la via più naturale per continuare ad affermare la musica folk britannica. A questo punto però il sogno si incrina per far posto a dissapori interni (le continue schermaglie fra il carattere forte di Sandy e la nuova leadership creativa di David Swarbick provocano squarci irreversibili, con l’abbandono della stessa alla vigilia del nuovo tour e la successiva importante defezione del bassista Hutchings), storie di entrate e uscite, eterne reunion che trasformano I Fairport in una sorta di Araba Fenice, ancora capace di veicolare le emozioni di un tempo. Fra le canzoni memorabili del disco sono da ricordare l’iniziale cavalcata di "Come All Ye", la delicatissima "Farewell, Farewell", la psichedelica "Tam Lin" (capolavoro di Swarbick) e la tortuosa "Matty Groves", un traditional ossessivo che riesce a far affiorare qualche difficoltà interpretativa da parte di Sandy, per una volta un pochino sottotono. Ma la magia è rimasta intatta nel tempo e la brezza soprannaturale si sprigiona ogni qual volta concediamo al disco di accogliere il mistico e delicato bacio della nostra puntina. (Ristampato in CD).

diPier Angelo Cantù, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 36, settembre 1998


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