The FutureHeads - THE FUTUREHEADS
2004, Sire\Ada records

Partiamo subito da un assunto: i Futureheads da Sunderland, nonostante il nome, sono musicalmente proiettati nel passato. Un passato che ha solide radici nell’Inghilterra dei tardi 70’s-primi 80’s, quando il power pop\punk dei Jam infiammava gli anfetaminici animi dei Mods, quando i Gang Of Four incidevano le aspre sonorità di "Entertaiment!" modulate da Dave Allen su geniali linee di basso punk-funk che sono ancora oggi fonte di influenza per decine di band (i Rapture in particolare dovrebbero pagare il copyright ad Andy Gill, Dave Allen e soci) e i Clash profetizzavano una Londra"da Bruciare" (altro che la nostra"Milano da bere"!) incitando i kids alla "White Riot". Insomma le TesteFuture si nutrono di punkeggiante e riottosa linfa retrò, fusa in un omogeneo e gustoso meltin’ pot che unisce una sincera attitudine pop(mod) a quelle ruvide schegge elettriche sparate dai gruppi di cui sopra, il tutto spinto per la maggior parte delle song ad una velocità supersonica. Ne viene fuori un album fresco e immediato, perfetto da ascoltare quando balli in un dancefloor indie come a nella tranquillità di casa tua, mai stucchevole nonostante l’evidente e ostentato citazionismo d’annata, citazionismo "autorizzato" vista la produzione affidata al già menzionato signor Gill.

Le canzoni, tutte molto brevi, si susseguono una dietro l’altra senza un attimo di sosta: dall’iniziale "Le Garage" all’inno "Robot" che, per l’appunto, miscela chitarre Gang of Four con coretti che sembrano veramente usciti dalla voce di Paul Weller, passando per "Decent days and nights", che nell’intro evidenzia l’indole brit-pop-mod del quartetto, salvo poi rituffarsi nell’oblio punkeggiante che sostiene tutto l’albo. Ritmo e ritornelli contagiosi suonati a velocità ubriacanti: queste sono le coordinate che i Futureheads sembrano indicarci per divertirci e godere della loro musica in tutti gli episodi tranne la traccia numero sette "Danger of the Water", che abbandona il grezzo sentiero sonoro principale per fare una sosta dalle parti dei gospel poppeggianti cari agli episodi più intimistici dei grandi Housemartins. Ma già alla song successiva riesplode l’energia sonica che rappresenta il marchio di fabbrica dei Futureheads: "Carnival Kids" è uno dei pezzi migliori, dove l’equilibrio pop e le ruvidezze punk si completano a vicenda senza alcuna sbavatura.
La preferita del sottoscritto è forse "First Day", canzone in cui le TesteFuture decantano ironicamente le "fortune" del primo giorno di lavoro in un’azienda per la quale bisogna essere sempre "Faster Faster" (come cantano i nostri), che eseguono alla perfezione l’ordine dei superiori spingendo al massimo la velocità dei loro riff fino a sfiancare, ne sono certo, anche il più stakanovista dei capouffici.
Bizzarre similutidini sonore si trovano nella successiva "He knows", che nel ritornello sembra tirare in ballo nientemeno che i gallesi Super Furry Animals.
" The Futureheads" è un ottimo Lp, diretto e spontaneo, che ha il suo punto di forza nella capacità del gruppo di riproporre, fondendoli superbamente, suoni di un’epoca cosi’ lontana eppure cosi’ vicina all’hype musicale contemporaneo.
I più sospettosi certemamente sentenzieranno sull’ennesima maldestra scopiazzatura del passato, ma ora siamo nel 2005, il rock ha "un’usura" di più di mezzo secolo e non si può pretendere che ogni album sia una pietra miliare, che per essere valido, si debba intitolare "London Calling" o "In the City" o "Entertaiment". Perciò senza troppo enfatizzare e senza gridare al capolavoro, visto che non siamo in Inghilterra e non scriviamo per NME, assegnamo un bel 6,5 ai FutureHeads da Sunderland, ringraziandoli per averci fatto divertire, ballare e cantare senza pensare troppo alla nostalgia che abbiamo per quei meravigliosi anni tra la fine dei settanta e gli inizi degli ottanta…

Davide Campione



torna all'elenco
 
collegamento ad un sito sull'artista