Giant Sand - CHORE OF ENCHANTMENT
2000, OW OM / Thrill Jockey

Siamo di fronte a un incantesimo quasi chimico: la particella Giant Sand, un terzo Howe Gelb e due terzi Calexico, vale a dire musica senza tempo. Una particella di sabbia sul punto di volare via per sempre, ma mai come ora così saldamente ferma e nitidamente bellissima. Collocata sul confine, fra festa e deserto, lambita da visioni a ovest e dimore intimiste, la musica del gruppo di Tucson stupisce e spiazza da quasi vent’anni, tolti alcuni episodi ancora da decifrare. Tutto ora è di nuovo nelle mani di Gelb, uomo di talento straripante, capace di stupire per scrittura e suoni, virare all’improvviso, accarezzare e svisare strumenti in armonico contrasto, in quel dualismo che lo disegna anima sensibile dentro a un involucro punk. E tutto, mai come ora, appare come un equilibrio forte e fragile nello stesso tempo, come il travaglio stesso di questo disco, concepito e nato con fatica per una serie di accanimenti di vario genere, dalla morte di Ptaceck che ha turbato non poco Gelb e i suoi, fino al rifiuto della sua pubblicazione da parte della V2 perché ritenuto troppo poco commerciale.

E’ sulla scia dello splendido lavoro solista "Hisser" (altro disco consigliatissimo) questo ritorno del gruppo al completo ed è comunque un ritorno alla grande: per la varietà dei registri e per il sapiente distillare ritmiche e suoni, Howe e i suoi incantano davvero.
Gelb ci mette la voce sussurrata, un po’alla Lou Reed, ci mette lo spirito e il sentire; quel faticoso percorso alla ricerca di una comunione semplice, fra anima e corpo, parole e musica, passato (fatto anche di amici scomparsi, come l’amatissimo ispiratore Rainer Ptacek, grande chitarrista morto due anni fa per un tumore al cervello) e presente (fatto di nuovi amici sparsi ovunque e di un vivere forse più sereno). "Chore Of Enchantment" è il risultato di tutto questo, un viaggio da fermo fra Tucson (con la produzione di John Parish), Memphis (con Jim Dickinson) e New York (con Kevin Salem e i suoi musicisti), dove sono state prodotte le diverse canzoni del disco, un viaggio da fermo fra sinfonie operistiche ("Overture") e suoni sintetici, coretti leggeri ("Temptation Of Eggs") e inserti spiazzanti, ma con il baricentro ben piantato nella musica di casa ("Shiver", "Dusted"), quell’incantevole disagio chitarristico, tenue o furente ("Satellite"), che i Giant Sand non ci hanno mai fatto mancare. Un disco urgente, che ci restituisce finalmente tutta la grandezza di un gruppo quasi dimenticato e di un uomo pieno di anima e di genio musicale. E’ uno dei miei dischi preferiti di sempre.

Pier Angelo Cantù


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