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Good
Morning Boy - GOOD MORNING BOY
2002, Urtovox
Se
non avessi già saputo la provenienza geografica del progetto, anche
se la produzione è tutta di casa nostra, avrei faticato ad attribuirne
una a questo lavoro, così distante dalla tradizione pop-rock italiana
e così proiettato in una dimensione tutta sua, oltremanica, oltreoceano,
oltre. Sì, perché questo album, che segna il debutto della sigla Good
Morning Boy dietro cui si cela Marco Iacampo, già leader dei veneti
Elle, rimanda subito a importanti nomi internazionali (Eels, Sparklehorse)
ma soprattutto è una ventata di colore nel panorama musicale non solo
italiano. Un album in grado di liberare un'energia potente, quella derivante
dalla libertà assoluta, dal divertimento, dall'urgenza di esprimere
qualcosa che si sente dentro, al di là di regole, schemi, strutture
compositive.
Così questo disco sa di quella spontaneità preziosa che si trasmette
quando si fa qualcosa solo per la soddisfazione che se ne trae, senza
dovere dimostrare nulla, senza pretese.
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Se
questo era lo stato d'animo di Iacampo mentre scriveva, componeva, suonava,
cantava tutti i brani di questo album, allora lo si avverte interamente,
seppure espresso in modi diversi - forse troppe, a volte, le sovrapposizioni
- ora con sprazzi di brit pop, ora con volteggi psichedelici, ora con
ammiccamenti al glam, ora con atmosfere west coast, pur mantenendo un'impronta
alternative country-folk cosparsa di rumori di fondo. Ma non credo che
le definizioni, e soprattutto l'inquadramento in un genere, interessino
a Good Morning Boy, se davvero l'album è stato concepito in un siffatto
clima di totale libertà di espressione, a quanto pare non in uno studio
di registrazione, forse nemmeno con strumenti tradizionali.
Questi alcuni dei brani migliori. "Good morning blues", col suo sapore
così inglese, con quelle note di piano che entrano nella testa e non
ne escono più come punte di follia, ci prende per mano e ci trascina
in un mondo che sorprende in ogni angolo, in cui ci ritroviamo subito
dopo dolcemente cullati dalla splendida "For the mornign scope": un
sussurro, un abbraccio in un'atmosfera onirica in cui è bello perdersi.
Alla fine del sogno, una dolce ma inquietante filastrocca ("1, 2, 3,
4, 5…") per poi riaprire gli occhi svegliati da una luce potente, quella
sprigionata da "Lili (she's got a really nice b-walking)", di nuovo
una corsa per qualche strada londinese, di nuovo un giorno di sole.
"This is for me" , in cui la voce si fa sempre più suadente e dolorante,
riporta invece lievemente indietro nel tempo, con le sue influenze beatlesiane
del periodo lisergico e l'insolito finale di archi come a chiudere un'esecuzione
di musica classica a teatro, come trovarsi di colpo in un'altra visione.
Nessuna caduta di tono fin qui, anche se da "I'm the killer" in poi
si allenta un po' la tensione emotiva. Una manciata di brani di matrice
west coast dei tardi '60, con alcuni picchi: uno nella malinconica "Bargain",
in cui l'ombra dei Beatles torna a farsi più pesante, un altro in "Snowfall",
aperta da dolci accordi di chitarra acustica, in cui anche il cantato
a più voci ricorda quei dialoghi vocali e chitarristici magicamente
espressi da CSNY, la cui figura emerge ancora più nettamente nella successiva
"Migratory Boy", un brano che sembra provenire direttamente dagli anni
Sessanta, come se fosse uscito da "Deja vu", forse un sentito tributo
alla figura di riferimento principale di Good Morning Boy: Neil Young.
Il ragazzo del buongiorno, con il suo estro creativo multiforme ci ha
portato, così, un album variegato e denso di emozioni, forse non sempre
originale nelle melodie, ma degno di essere apprezzato, soprattutto
per l'originalità dell'approccio e la disarmante sincerità che esprime.
Stefania
Montanari
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