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Grupo
Salvaje - IN BLACK WE TRUST
2003, Acuarela - Venus
Fuori dal tempo,
lontano dalle mode e ricolmo di quella stessa passione che anima la
mia esistenza, "In Black We Trust" - album che segna il debutto
dei madrileni Grupo Salvaje - lascia trasparire quel "vecchio e
caro spirito rock" di cui avevo perso le tracce. Un condensato
d'intimità, eleganza, mistero e nobiltà d'animo che riflette
il nero della solitudine e del silenzio; una miscela di coscienza e
intuizione che brandisce le capacità primordiali di un autentico
gruppo selvaggio (chiaro il riferimento a "The Wild Bunch"
di Sam Peckinpah del 1969).
Un'opera completa che mette insieme Dio ed Elvis, dove confluiscono,
con lucidità e sentimento, una gran quantità di sensazioni
come l'amore, il dolore e la disperazione. Canzoni semplici, dolci e
amare, oscure e sensuali, che si alimentano tanto di Leonard Cohen quanto
dei Lambchop, e che in alcuni passaggi sembrano celebrare il miglior
Bob Dylan ("How To Make God Come").
L'elemento che distingue e condiziona gran parte delle composizioni
di questo lavoro è la voce di Ernesto González: riflessiva,
profonda e piacevolmente mutevole; meno oscura di Mark Lanegan ("The
Survivor"), più vigorosa di Kurt Wagner ("Watercolour
Summer") e, in certi momenti ("Oh! My Dear"), quasi come
quella di Lou Reed.
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Ad
affiancare il cantante spagnolo - che suona altresì chitarra
ed armonica - ci sono Carlos Perino (batteria, percussioni e cori),
Javier Rincón (banjo), Oscar Feito (chitarra elettrica e mandolino)
e Pepe Hernández (chitarra elettrica e slide) con il coinvolgimento
saltuario di Abel Hernández (piano, organo): validi musicisti
e, al tempo stesso, squisiti compagni di avventura.
" In Black We Trust" è un disco dal taglio classico
e fuori tendenza, ma pieno di frammenti che bucano la pelle; un coacervo
di eccitazioni che si estendono attraverso i delicati rimandi country-soul
di "A Christian Family" e "Watercolour Summer",
le penombre di "Oh! My Dear" e il fascino di "Sorrynonews"
e "Elvis, Love Us!" (con espressioni, manco a dirlo, à
la Elvis Presley).
Un catalogo di emozioni che coniuga la solennità del folk-rock
("How To Make God Come") con la dolcezza del pop ("Roses
& Despair"); un esordio fluido ed avvolgente, sostenuto dalla
malinconia di "Desheredada" - track strumentale che richiama
alla mente alcuni passaggi dei Black Heart Procession - e dalla quiete
di "The Survivor", brano conclusivo dalle aperture narcotiche
e cinematografiche.
Con l'immagine di Elvis in copertina e il nome di Joe Strummer trascritto
in un angolo del booklet, la formazione spagnola sfoggia conoscenza
e personalità tramite nove episodi americani che si tingono di
nero; quello stesso nero che Johnny Cash fece proprio come risposta
alle ingiustizie che affliggono il mondo. (voto: 8.2/10)
©2003 Luca
D'Ambrosio
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