Heather Myles - SWEET TALK & GOOD LIES
Rounder Records, 2002

Partiamo dal presupposto che Heather è una ragazza fortunata. Non capita a tutti di nascere in California, trasferirsi per diversi anni in Texas, tornare nel sud della California e avere una mamma che ti fa ascoltare Loretta Lynn e Hank Williams. Sono sicuramente grossi vantaggi per una ragazza che voglia intraprendere la carriera di cantante Country. E poi vogliamo parlare del vantaggio per un musicista Country di vivere al confine tra California e Messico? Ecco perché le riescono così bene le border songs. Siamo certamente meno fortunati noi Italiani, ve la immaginate una border song Country Italo-Slovena?
Heather ha approfittato di questi vantaggi e insieme al suo innato talento di autrice e di cantante ha creato una miscela esplosiva che seppur non le permetta di vendere milioni di dischi, perché la sua musica non è commerciale, l’ha resa una delle più rispettate del circuito, soprattutto da quei colleghi che da sempre hanno lavorato per la sopravvivenza dei suoni più tradizionali di questa musica.
Solitamente quando scrivo una recensione, mi piace scrivere che questo o quel brano è il mio preferito del cd, ma devo ammettere che recensire un disco di Heather mi ha sempre messo in difficoltà perché adoro ogni sua canzone.

Le canzoni qui incluse sono tredici e ben undici sono state scritte da Heather. Sono tutte molto diverse una dall’altra ma sono tutte straordinarie e difficilmente posso nominarne una che mi piace più delle altre. Heather ha sapientemente fatto tesoro delle atmosfere Californiane del Bakersfield Sound, quel movimento di tradizionalisti ideato dal mitico Buck Owens, proseguito da Chris Hillman e più recentemente da Dwight Yoakam che per amore della musica di Buck si è trasferito in California dal nativo Kentucky. Heather ha intelligentemente condito il Bakersfield Sound con il purissimo honky tonk che ascoltava quando viveva in Texas e un po’ di atmosfere messicane, non tanto spesso a dir la verità.
Un concentrato di tutto questo lo troviamo subito nella splendida title track che apre la raccolta, un bellissimo honky tonk scandito dai lamenti della pedal steel guitar. "Nashville‘s Gone Hollywood" è ancor più Country del primo pezzo e si tratta di una canzone di denuncia dove Heather punta il dito sui colleghi che decidono di abbandonare le sonorità più tradizionali del Country per un sound più appetibile alle masse col solo scopo di aprirsi la strada ad una carriera di modello/a o di attore/attrice. Il testo è stupendo e mi piace un sacco quando al termine del ritornello dice: "Fatti da parte Ernest Tubb perché Nashville si è trasferita a Hollywood".
Seppur Heather è considerata una ragazza aggressiva dai modi rudi da maschiaccio, soprattutto quando la si vede a cavallo della sua Harley, nelle sue canzoni parla spesso d’amori spezzati dimostrando anche qui di essere una maestra. In "Never Had A Broken Heart" dice che nessuno le ha mai spezzato il cuore prima di te, però almeno le hai fatto provare qualcosa di nuovo. In "One Man Woman Again" la pedal ci fa tornare indietro di mezzo secolo e mi tornano in mente le leggende di quell’epoca.
"Little Chapel", col suo inizio alla Mavericks potrebbe farvi pensare ad un duetto col grande Raul Malo ma colui che Heather ha voluto al suo fianco è l’altrettanto grande Dwight Yoakam per il quale Heather ha scritto appositamente questo brano quale tributo all’uomo e alla sua musica. Le voci di Heather e di Dwight sembrano nate per cantare insieme e quando lo fanno nel ritornello le emozioni già grandi diventano immense. E’ una bellissima border song con tanto di tromba che ci porta per un breve istante in Messico.
Le due covers del cd, "By The Time I Get To Phoenix" e "Cry Me A River" sono le due canzoni più tranquille, un po’ estranee come ritmo dal resto del disco ma sono due pezzi che ci fanno apprezzare ancor di più la splendida voce di Heather. In un paio di brani, "One And Only Lover" e "If The Truth Hurts" è evidente più che in tutto il resto dell’album la devozione di Heather per Dwight Yoakam mentre invece in "Homewrecker Blues" pare che la bella Californiana abbia voluto dedicare un omaggio al compianto Johnny Cash e al suo boom chicka boom sound.
La canzone che ascolto più volentieri (non ho detto la più bella!) è "Big Cars", per il testo apparentemente semplice dove Heather dice che ama le macchine grandi come quella che è parcheggiata da anni nel giardino del nonno, le auto d’epoca Americane. Mi piace molto anche per l’ingresso della batteria e la semplicità con la quale la chitarra accompagna tutto il brano, poche note ma che ti restano in testa. Prima della dolce conclusiva "Cry Me A River", Heather ci regala un’altra gemma del suo repertorio Honky Tonk, "Sweet Little Dangerous", una sorta di autobiografia dove dice che alla gente non piace il suo carattere ma a lei non frega niente e vuole essere lasciata in pace perché è piccola, dolce ma pericolosa. Se Heather fosse uno dei soggetti della sua canzone "Nashville’s Gone Hollywood" invece di una piccola pericolosa ragazza che cavalca un’Harley, col talento che si ritrova, sarebbe una superstar.


Roberto Campovecchi



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