Jayhawks - RAINY DAY MUSIC
2003, Universal

Pronti, via! Che emozioni e che ricordi. Tre battute e riconosci i Jayhawks al volo, manco fossimo a Sarabanda a duellare con l’uomo gatto. Possono anche cambiare pelle, involucro, ma l’anima rimane intatta. Tra l’altro, a loro insaputa (per fortuna), il gruppo di Minneapolis è diventato un curioso caso di comunicazione subliminale e di appropriazione trasversale fra un paio di riviste nostrane di settore, in un delizioso giochino che con la musica ha poco a che fare. Tu mi stronchi la svolta pop di "Sound Of Lies" (1977, il "tradimento" della purezza country) e io invece la esalto! Tu mi distruggi lo zuccheroso "Smile" (il luccicante songwriting da stadio + accendini)? E io li incenso ancora di più! Allora tu chiedi alla casa discografica di farti avere l’advance un mese prima degli altri...eccetera. Uno spasso.
Fortunatamente non ho ancora letto le recensioni di questo nuovo bellissimo capitolo del gruppo di Gary Louris, reo di aver allontanato l’integerrimo Mark Olson all’indomani dello splendido "Tomorrow The Green Grass" (1994, la perfezione pop country) e spero tanto di non leggerle, impegnato come sono ad ascoltare le canzoni di "Rany Day Music" (una volta ascoltavo anche il James Taylor di "Rainy Day Man").

Detto per inciso, dato che anche Louris e Olson hanno fatto pace, non sarebbe male che anche le riviste italiane di rock dessero anche il loro contributo: anziché sbandierare universali valori pacifisti, diano il buon esempio con corretti rapporti di buon vicinato e si prendano un po’ meno sul serio. Come hanno fatto i Jayhawks in questo disco: leggero e leggiadro, quasi senza pretese, eppure così bello, solido, lineare (una perfetta via di mezzo fra la purezza country e le seduzioni pop, tanto per mettere tutti d’accordo). Forse ha giovato il cambio di produttore: Bob Ezrin non mi era piaciuto. Meglio l’accoppiata Rick Rubin (uno i Jayhawks li adora) e Ethan Johns (rampollo del navigato Glyn).
Forse ha giovato il rimpasto dei musicanti (io continuo a rimpiangere i ricami di pianoforte di Karen Grotberg, ma in fondo Gary Louris e Mark Perlman ci sono sempre). O forse è frutto di quella maturità anagrafica che fa bene anche alla musica e che lascia affiorare meglio le proprie sensibilità (e in questo disco, accidenti, anche le proprie influenze. Qualche nome: Neil Young, Bob Dylan, John Lennon e Big Star. Qualche detrattore direbbe Eagles. Qualche orecchio attento azzarderebbe anche David Bowie, rintracciabile nella bella "Don’t Let The World Get In Your Way" che cita "Space Oddity").
Le canzoni? Ah, che goduria! Si parte con una Rickenbacker scintillante e anche se non c’è McGuinn, "Stumbling Through The Dark" è davvero da brividi (viene ripresa nel finale in versione acustica). "Tailspin" è una splendida delizia alla Eagles, ma stavolta qualcuno c’è davvero: è Bernie Leadon! "All The Right Reason" è un altro tuffo al cuore, diciamo un "Déjà Vu" (ho fatto la battuta!). Chitarre jingle jangle e harmonies anche in "Save It For The Rainy Day" che è una sorta di dylaniata title track. Bè, da qui in poi il disco scopritevelo da soli, così evito una pessima tentazione che mi viene sempre coi dischi dei Jayhawks: fare la lista delle canzoni. Dico solo che il songwriting si fa anche più rauco e complesso e che il disco rimane delizioso fino alla fine. E che le chitarre sono strepitose dappertutto. Per me questo gruppo resta un imprescindibile mistero, che mi riappacifica con un genere che frequento sempre meno. Ma non riesco ad immaginare, ad esempio, un lungo viaggio in macchina senza i loro album e questo è già nel lettore della mia piccola Clio. Ah, se il cosiddetto alternative country si fosse fermato a Jayhawks, Son Volt e Wilco, staremmo di sicuro tutti quanti molto meglio.

di Pier Angelo Cantù, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 63, marzo 2003


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