Joy Division - UNKNOWN PLEASURES
1979, Factory

Un disco che nutre e alimenta le ossessioni e i personali rumori di fondo della vita di ciascuno. E che invita a lasciarsi andare, inspirando profondamente una propria verità per poi soffiare fuori le fastidiose scorie delle società superficiali, spingendo, alla fine, ognuno a fare i conti con se stesso.
E’ la mia chiave di lettura del suicidio di Ian Curtis, gesto coerente, estremo, al culmine di una cultura di noia e alienazione, divampata indelebilmente nel substrato lacero e privo di ideali aggregativi, nella claustrofobica comunità giovanile britannica, durante gli anni bui del punk (ma quanti si sono scansati dall’estremo attimo di verità per trarne profitto?) e del pugno di ferro di Maggie.
Buio, ovviamente, ma anche solitudine (isolamento), nichilismo, anarchia, realtà priva di speranze, come leggiamo nei testi. Perdita di controllo e desiderio di stare fuori da ogni controllo: la cultura dark, che si è così ben sposata con la musica andrebbe, a mio avviso, rivalutata sezionandone il messaggio di fondo, il contenuto comunicativo, scavando fra gli eccessi di formalismo e gli esistenzialismi dadaisti (tirati dentro nella vita in un tutt’uno, come dimostra l’esperienza bellissima degli irlandesi Virgin Prunes), alla ricerca dell’attimo di verità.

Peccato che i Joy Division siano ormai da tempo, invece, divenuti (facile) oggetto di culto, drappo divinatorio per coprire vuoti di idee e di forme (vedi la letteratura cannibalistica, le Santacroci ecc.); peccato che l’icona abbia preso il sopravvento sulla musica e sul gesto comunicativo. Peccato perché quello di Ian Curtis è stato un gesto vero fino in fondo e in questo disco lo si percepiva perfettamente. Allora, smessi i panni delle mode, è doveroso recuperare l’amore per la verità e lasciarsi penetrare dalla musica cupa dei Joy Division.
Il mio invito personale è quello di ripercorrere le canzoni di Unknown Pleasures proprio seguendo le spettrali scansioni della voce di Curtis, una voce che dice molto più di quello che sta dicendo: voce di uno che mette a nudo se stesso, che s’offre (e soffre) pur nella consapevolezza di non saper colmare il vuoto e la distanza che lo separa dagli altri.
In questa stagione importante, che ha travolto la gioventù di una moltitudine di ragazzi in tutto il mondo, troviamo comunque un senso nelle instancabili ansie e profondità del cercare in ogni caso una propria identificazione culturale; quello che non percepiamo, purtroppo, attraverso i discorsi clonati dei ragazzi di oggi, figli della cultura musicale di MTV e con il cervello fatto a Pezzi.

di Pier Angelo Cantù, tratto dalla rivista Late For The Sky


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