Keith Richards - TALK IS CHEAP
1988, Virgin CD

Ci sono personaggi che rappresentano uno stile, che hanno aperto una strada e che sono sempre là davanti, a guidare il gruppo. Keith Richards sta alla chitarra ritmica rock come la Tour Eiffel sta ai monumenti simbolici di Parigi e in molti braianadamseggiano arrancando nelle retrovie. Intanto un’osservazione: personalmente trovo curioso e un po’ stridente accostare il termine ritmico ad un musicista così dinoccolato, strascicato e barcollante, nella vita come nella musica, ma proprio qui stanno la genialità e l’originalità di Keith. Ciò che aveva impressionato perfino Tom Waits ("è un miracolo vivente il fatto che possa stare in piedi e suonare") risulta ben tradotto nella fisicità della musica di Richards, sia là dove si è espressa nel corso della giurassica militanza con gli Stones, sia là dove è stata fatta scorazzare nei suggestivi mondi contaminati dall’oscurità spiritata del geniale chitarrista. Una ritmica barcollante, compatta e riconoscibile è il miracolo vivente della musica di Keith.

"Talk Is Cheap" rappresenta una eclettica scorribanda nei territori cari all’artista di Dartford: ottimi sprazzi di rock, rock and roll, rythm and blues e blues vero e proprio, affastellati e tenuti assieme con il consueto stile. Keith si fa aiutare dal drummer Steve Jordan nella composizione e nella produzione dei brani, pezzi che non avrebbero mai trovato una collocazione fra la "Stones production" e si contorna di validissimi sessionist (dalla slide di Waddy Watchel, vecchia conoscenza per i navigatori della west coast, a Chuck Leavell, i Memphis Horns al completo, Patti Scialfa), scegliendo le persone giuste per confezionare il suo sound. Non si può certo dire che un disco di Keith Richards sia divertente, oltretutto le atmosfere sono a tratti tombali, voodoo, ma si riesce chiaramente a cogliere lo spirito scanzonato che ha animato tutto il lavoro e che ha coinvolto i musicisti convenuti.
La ritmica obliqua si muove nel rispetto più rigoroso dei canoni consoni al chitarrista: così il singolo "Take It So Hard" occhieggia agli Stones, come "How I Wish", brano che apre la seconda parte, ma sono dotati di una "serenità" inusuale. Qui la chitarra è inequivocabilmente regina dell’orchestrazione e guida il rito (satanico) della costruzione sonora. Lo stesso rigore che troviamo nella riproposizione del rock anni cinquanta ("I Could Have Stood You Up", a metà strada fra Jerry Lee Lewis e Bruce Springsteen) e del R. & B melodico (la stupenda "Make No Mistake"). Oltretutto Keith si dimostra rigoroso anche come interprete riuscendo sapientemente a calarsi ogni volta nell’atmosfera dei diversi brani del disco. La perla interpretativa è la sinuosa "Rockawhile", ballata godspel-rock sorretta dal controcanto nero di Sarah Dash e dal ritorno marcato alla slide, mentre la sorpresa si materializza con l’acustica "Locked Away", facendoci rimpiangere un po’ di non aver mai visto il nostro divertirsi in un fantasupergruppo con C.S.N. & Y. La nera e orientale "It Means A Lot" chiude alla grande un disco stupendo.
Per chi ama la chitarra, per chi se l’era lasciato sfuggire, per chi come me, ritiene che i Rolling Stones siano ormai da tempo un enigma musicale irrisolto; questo impegnativo divertimento solista di Keith è un’oasi per le vene.

Pier Angelo Cantù


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