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Lambchop
- IS A WOMAN C'è chi passa la vita (e non sto parlando esclusivamente in ambito musicale) a reiterare quello scampolo di originalità scovato una volta, magari per caso, e che sembra parlare ancora così bene di sè, e chi lo fa gettandolo ogni volta via, per svuotarsi e poi riempirsi di nuovo e regalarlo così all'arte e al cuore della gente. C'è chi la passa nella sua prigione dorata e chi fra le ali (anche pesanti) di una libertà sempre da costruire. Lo strampalato collettivo musicale di Nashville guidato dal carismatico Kurt Wagner, dopo anni trascorsi a perlustrare, spolpare e ricomporre la musica country nelle viscere, era ormai depositario di una formula magica, cercata negli anni e resa perfetta nel precedente splendido "Nixon", album che avrebbe potuto essere l'approdo definitivo, ma anche la dorata prigione, il primo, soprattutto, con un grande riscontro di pubblico oltre che di critica. |
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Dando una mano di nero a una musica geometrica e quadrata, scardinandone l'involucro per farvi penetrare brezze di soul, i Lambchop ne avevano abbattuto i confini, mostrando di saper riempire con disinvoltura qualsiasi spazio sonoro, senza staccarsi dalla loro stessa essenza, profondamente americana e profondamente bianca. Prendere tutto questo ora e metterselo alle spalle, lasciarlo fuori dalla propria nuova stanza creativa, appare essere una coraggiosa scommessa vinta, un gesto destinato a generare stupore; una nuova identità musicale, di fronte alla quale non è possibile rimanere indifferenti. Se "The Daly Growl", la traccia che apre l'album, richiama l'approccio dei Bad Seeds alle canzoni del nuovo corso di Nick Cave (sottolineo l'approccio, vale a dire l'impalpabile presenza, il medesimo respiro, l'esserci senza invadere), dalla sucessiva "The New Cobweb Summer" si coglie con precisione che l'intento di svuotamento dei suoni è decisamente più profondo, profondamente insinuato nella genetica di un cambiamento che non riguarda solo le nuove sonorità, ma tutto il complesso della scrittura stessa delle canzoni. È un invito a lasciarsi andare all'ascolto, gustando nei dettagli una bellezza intensa, quanto spoglia ed essenziale. Un pianoforte timido, ma penetrante (quello di Tony Crow), una melodia scarna e rallentata, una tavolozza di suoni pastello guidati dal ritmo di una chitarra sussurrante: è tutto qui quello che avvolge la voce intima e vicina di Wagner, e che permette ai Lambchop di viaggiare ancora più leggeri, senza voltarsi indietro, verso l'essenza della purezza, ricordando appena i passi già percorsi, ma tenendo a bada ogni tentazione di autocompiacimento. "My Blue Wave" e le canzoni che seguono, ci confermano quanto sublime sia godere di ogni piccolo elemento di suono, di ciò che si può catturare con la sensibilità di un microfono; che, dopo aver riprodotto le vibrazioni del pianoforte e perfino quelle delle dita che si appoggiano alle corde della chitarra, va alla ricerca di quelle più intime e silenziose dell'anima, riuscendo, per una volta e per sempre, a fissarle su un disco. Questo, profuma di immortale. di Pier Angelo Cantù, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 57, marzo 2002 |
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