The Libertines - THE LIBERTINES
2004, Rough Trade Records

A due anni dall’esaltante "Up the Bracket" (Rough Trade, 2002), debutto punkeggiante imbevuto della rabbia di Jam e Clash,e dopo aver sfornato un grande singolo "Don’t look back into the sun" (Rough Trade, 2003) prodotto dall’ex Suede Bernard Butler, i quattro libertini ritornano ad infiammare le scene d’Albione e non solo.
" The Libertines" è il loro secondo album,quello che di solito ti mette davanti ad un bivio:consacrazione definitiva oppure limbo delle eterne possibili "next big thing". Ma questa seconda ipotesi pare non preoccupare il duo Barat-Doherty, tanto sicuri della loro ultima fatica discografica da "metterci la faccia", non solo metaforicamente, fin dall’immagine in copertina. Uniti come lo erano una volta, tanto tempo fa, anche i fratelli Gallagher. Mica come tutti quei gruppi in cui appena raggiunto un po’ di successo cominciano i litigi interni con tutto quel che ne consegue.
Leggendo le note nel cd mi accorgo che la produzione è ancora in mano all’ex Clash Mick Jones e il management è di Alan Mc Gee, quello degli Oasis.. due ulteriori motivi per affrettarmi ad ascoltare l’Lp che spero abbia le stesse caratteristiche soniche dell’albo precedente.

Quindi via: cd inserito,tasto play ,ascolto per due tre quattro cinque volte di fila il prodotto Libertino e mi accorgo che non tutte le mie aspettative erano corrette.
Prima di tutto l’idea che mi ero fatto sulla coesione del gruppo: poco dopo l’uscita dell’album, Pete Doherty ha lasciato (o è stato cacciato..) i Libs in quanto eroinomane (o crack-addict,fate voi) abituale, per formare i Babyshambles, altro combo sopravvalutato per la sola presenza di Peter, che appare dappertutto e dappertutto è adorato e glorificato tanto da far definire ad Nme "PETLEMANIA" (alludendo alla "BEATLEMANIA" dei 60’s) l’eccitazione che scuote i suoi adolescenti fan ad ogni uscita con i nuovi compagni. Praticamente a Pete ormai manca solo di apparire sulle prestigiose pagine dei nostrani (ahinoi) riviste di gossip "Novella2000" e "Gente", ma la strada è quella buona a vedere il clamore suscitato nel perfido starsystem delle terre Albioniche.. D’altro canto anche il buon Carl Barat ha appena deciso di incidere un album da solista a suo nome, pare per la Vertigo Records, costola della Mercury. Devo dire, per onor di verità, che forse Carl ha visto giusto in questa scelta, perché i concerti a nome Libertines senza Doherty perdono moltissimo e non ha senso riproporre da soli pezzi che sono nati per essere suonati e cantati da entrambi. Lo dico perché li ho visti live sia in coppia, sia con il solo Barat all’Indipendent Days 2004, e vi assicuro che con tutta la buona volontà, le due esibizioni sono state molto diverse.
Ma veniamo all’album. Cantavano i Nostri in un pezzo del primo album, (Time for Heroes) "Did you see the stilish kids in the riot.." Ecco, parafrasando quel pezzo direi che qui c’e’ molto "stilish", molto di ciò che potrebbe piacere ai "kids" ma pochissima "Riot". E questo secondo me il difetto principale. Molte buone canzoni, qualcuna veramente eccellente, altre discrete, poche però che escano dal piacevole "già sentito" pop-rock britannico.
Intendiamoci, l’album non è male, tutt’altro, ma bisogna vedere cosa ci si aspetta. Della rabbiosa freschezza punk che secondo me aveva reso grande "Up the Bracket", qui sono rimaste giusto poche tracce sparse. Gli unici episodi degni di nota in tal senso sono "Arbeit Macht Frei", ruvida e grezza come poteva esserlo una "Horror show" dei vecchi tempi, poi "Narcissist" dall’andatura sghemba e volutamente(?) lo-fi, e "Tomblands". Ma se non si era troppo attaccati a quel suono che al sottoscritto tanto era piaciuto, ci si imbatte comunque in ottime song. Il primo singolo "Can’t stand me now" e’ , ad esempio, un grande pezzo (brit)pop\rock:schitarrate iniziali disegnano un melodico tappeto sonoro su cui le voci della (ex,a questo punto) premiata ditta Barat\Doherty imbastiscono un ritornello-killer di quelli che ti restano in testa tutto il giorno e che ti fanno ballare anche quando sei da solo in macchina..
Anche la canzone successiva delinea maggiormente la scelta sonora dei nuovi Libs."Last post on the Bugle" è altrettanto divertente e vivace, con la voce di Pete in prima linea e riff che ricordano i vecchi pezzi si, ma che talvolta danno la sensazione di essere passati attraversi una lucidatrice per essere resi più puliti. Ecco, è proprio questo il motivo della mie perplessità. Mi sembra che in "The Libertines" molti pezzi tendano ad essere il più "cool & clean" possibile (forse c’e’lo zampino di quell’Alan McGee che figura tra i crediti:genio dell’industria pop, nonché scopritore di Oasis e Super Furry Animals e fondatore della mitica Creation Records), mentre nell’Lp precedente accadeva l’esatto contrario: la musica sembrava fluire dritta dal cuore dei nostri riot kids, incazzati e felici di urlarlo a tutti. In certi casi, pochi per fortuna, non si tratta di ascoltare suoni piacevoli ma troppo perfetti, quanto vere e proprie scopiazzature maldestre prive di senso, almeno a mio giudizio. E’il caso della traccia numero Quattro: cori alla Kinks sorreggono la debole e irritante "The man who Would Be King", copia sbiadita e fin troppo sfacciata di quella quasi omonima ma di ben altro valore "Tell the King", presente nel primo album. Per fortuna questo è l’unico episodio ad essere veramente scadente, mentre il resto dell’Lp offre spunti interessanti.
Infatti la vena pop(ular)di qualità c’è, e bene sottolinearlo, e si presenta ancora più netta in un altro pezzo, "Music when the lights goes out". Un morbido inizio non nasconde il diretto riferimento ai delicati profumi smithsiani del duo Morrissey\Marr che aleggiano su tutta la canzone, dal testo alla musica, senza sfigurare con gli "originali". E questo, piaccia o no, è già un gran bel risultato con le decine di band-fotocopie senza identità che si ascoltano oggi.
"The Ha Ha Wall" si pone a metà tra i vecchi e i nuovi percorsi sonori libertini. Due minuti e mezzo spinti da chitarre sempre "clean" ok, ma più tirate rispetto agli altri pezzi, con un avvolgente ritmo che ricorda i "good old days", sfociando a metà canzone in una miscela sonora che sà di alchimia orientaleggiante per poi ripartire fino alla fine. Tra questa è l’ultima canzone, forse la migliore dell’albo insieme alla prima, c’e’, oltre alla già citata "Arbeit Macht Frei", la traccia numero dieci "What Katie Did", che accosta chitarre deliziosamente malinconiche accompagnate da coretti vicini ai 60’s girls group ("shoop-shoo -shoop de lang-de lang"..) per introdurre un pezzo pop/rock dal ritmo lento, e dal canto piacevolmente stralunato e sornione dei Nostri.
Arriviamo all’epilogo di questa seconda avventura libertina, la bellissima e coinvolgente "What Became Of The Likely Lads?". Un gran bel pezzo, diciamolo subito, una song che insieme a "Can’t Stand Me Now" resterà a lungo scolpita nella mente degli appassionati di musica e non solo dei fan dei Libs. Finalmente si risente la chitarra (suonata stavolta con tutta l’energica sincerità che ci era mancata finora) che si fonde perfettamente con le voci di Barat\Doherty per dar vita a tre minuti e passa di quel pop/rock non innovativo certo, ma sincero, spontaneo e sgangherato che forse cercavamo da quando avevamo preso il cd in mano per la prima volta. Stavolta non ci sono foto alla moda da esibire ,c’è solo la voglia di suonare,cantare, divertirsi e omaggiare, ancora una volta, le amate sonorità nate sotto la union jack (al solito Jam e, seppur in misura minore, Clash). Peccato che l’album, nel frattempo, sia giunto al termine.
Resterebbero da spiegare tante cose: ad esempio come mai stavolta Mick Jones ha scelto una produzione cosi poppeggiante? Motivi economici, di successo? E se l’idea è stata sua, perché invece l’hanno accettata i quattro giovani kids? Voglia di diventare i nuovi idoli planetari dell’Indie-rock a là Mtv? Anche loro come gli Strokes di "Room on Fire", dal garage rock al pop-rock? Io non credo, ma chi può dirlo…Il tempo ci svelerà anche questo. Per adesso teniamoci stretto quello che "The Libertines" ha di buono: alcune ottime canzoni pop nella migliore tradizione British. Certo il sottoscritto non nasconde di aver pensato, ascoltando i Nostri cantare "What became of the dream we had.." che i sogni di una volta forse erano più vicini alla ribelle irruenza punk rispetto ad ora, ma pazienza se magari ci si aspettava quell’attitudine sonora, l’esame del secondo Lp è stato comunque superato (quasi) a pieni voti e l’oblio della possibile eterna next big thing sventato.

Davide Campione



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