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Ligabue
- FUORI COME VA?
2002, Wea
Come siamo
provinciali! Fosse americano, inglese o appartenente a qualche remota
tribù aborigena (con tutto il rispetto, chiaro), sono convinto
che Luciano Ligabue non attirerebbe quei pregiudizi e quegli stereotipi
che la critica, per tacere degli ascoltatori più radical-chic,
ha ritenuto opportuno cucirgli addosso. Pregiudizi che sinceramente
non posso capire né giustificare, perché davvero non vedo
nulla di male nel riuscire a riempire per due volte di fila lo stadio
di San Siro (neanche Bob Marley...) o nel vendere tonnellate di dischi.
Perlomeno nulla che giustifichi un travisamento pressoché completo
dei fatti nella loro sostanza.
Ovvero: quella di Ligabue è la più entusiasmante fra le
realtà rock nazionali emerse lungo il corso degli anni ’90, la
band che lo accompagna - Federico Poggipollini e l’ex Rocking Chairs
Mel Previte alle chitarre, Fabrizio Simoncioni alle tastiere, Antonio
"Rigo" Righetti e Robby "Sanchez" Pellati (altri
due fuoriusciti dal gruppo che fu di Graziano Romani) alla sezione ritmica
- è la migliore in circolazione in Italia, di livello paritario,
quando non superiore, a quello di molte band angloamericane spesso in
trasferta anche qui da noi.
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Non
che si tratti di prodigi della tecnica, beninteso: possiedono però
quella scintilla e quell’animalesco istinto rock che mancavano del tutto,
tanto per fare un esempio a caso, a una combriccola di pur simpatici
dopolavoristi come i ClanDestino. Non discuto che i Giardini Di Mirò
siano il massimo del post-rock, Bugo del lo-fi "beckiano",
così come i Rhapsody del metal o i Verdena dello stoner con complicanze
psichedeliche, resta il fatto che il rock’n’roll come suona nelle mani
di Ligabue non suona da nessun’altra parte della penisola. Se poi trovate
che Correggio non sia hip quanto Londra o New York, quelli sono problemi
vostri, in ogni caso poco attinenti al nocciolo della questione.
Che riguarda invece l’ennesima raccolta di grandi canzoni, e uso il
termine "raccolta" non a caso. Nelle parole dello stesso Ligabue,
"Fuori Come Va?" è il primo album della sua carriera,
esordio escluso, a non poggiare su di una struttura concept. L’eccellente
"Miss Mondo ’99" - "il" disco rock italiano della
scorsa decade - aveva chiuso il ciclo inaugurato da "Lambrusco,
Coltelli, Rose & Popcorn" e di volta in volta dedicato agli
scarti di percezione tra sogno e realtà, alla resistenza umana
contro le propaggini degli anni ’80 ("Sopravvissuti E Sopravviventi"),
al confronto tra immaginario e radici ("Buon Compleanno Elvis"),
alla crisi d’identità personale ("Miss Mondo"). Nel
mezzo, una trascurabilissima antologia di rarità, un discreto
live e diversi momenti di grazia inconfutabile, dall’accorata "Il
Giorno Di Dolore Che Uno Ha" (Ronzani, ovunque tu sia proteggi
questo miserabile imbrattacarte) alla strepitosa "Ho Perso Le Parole"
composta per l’esordio su celluloide di "Radiofreccia".
"Fuori Come Va?", che sin dal titolo conferma una sorta di
outing volutamente svagato rispetto alla logica concettuale dei predecessori,
ribadisce e capitalizza le intuizioni dell’ultimo Ligabue: quindi, testi
meno criptici e più schietti; un suono denso, ruggente (ottenuto
con una cura e un senso del dettaglio che davvero sono merce rara nel
panorama nostrano), a metà strada tra il rock’n’roll più
diretto e american-oriented e i tratti caratteristici dei REM targati
Warner; un appeal melodico di indiscutibile efficacia che in nessuno
degli undici episodi qui presenti tradisce la presenza di facili trucchi
volti ad aumentarne il coefficiente di radiofonicità o di qualsivoglia
eccesso di ruffianeria.
Anzi, sentite l’artiglieria chitarristica dispiegata nelle tumultuose
"Nato Per Me" e "In Pieno Rock’n’Roll" o la coda
strumentale, tipicamente "remmiana", della magnifica "Eri
Bellissima", e ditemi se non sarebbe il caso di scrollarsi qualche
fetta di prosciutto dagli occhi! Pure il sempre presente florilegio
di citazioni e riferimenti, che in questa occasione va dai Townshend
e co. espressamente nominati nella conclusiva "Chissà Se
In Cielo Passano Gli Who" al rifferama modello Lou Reed evocato
dagli incisi di "Il Campo Delle Lucciole", non sembra più
l’excusatio non petita dell’alunno timido, quanto la rivendicazione
d’orgoglio di chi, ormai in possesso di uno stile proprio e istantaneamente
riconoscibile, scherza con i santi guardandoli negli occhi. Splendide,
ancora, le struggenti ballate elettrificate "Questa E’ La Mia Vita"
e "Tutti Vogliono Viaggiare In Prima", con un Poggipollini
più che mai spirato nello "sgommare" di gusto sul bridge
della seconda, per non dire delle capriole di Previte nella irrobustimento
quasi hard a cui si apre il ritornello di "Voglio Volere".
Ah, un’ultima cosa. Vabbè che siamo in Italia, dove a figuri
simili si conferiscono pure premi letterari (il Lunezia, nella fattispecie),
ma il prossimo che sento cianciare sull’omologia tra il Liga e Vasco
Rossi, giuro, gli pago una visita dall’otorino.
Gianfranco
Callieri
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