Los Lobos - HOW WILL THE WOLF SURVIVE?
1984, Slash Records

Prove tecniche di profondi cambiamenti, itinerari creativi di un grande gruppo. Dopo essere nati con due piedi e due mani piantate nella tradizione tex-mex, territorio di confine percorso (e ripercorso) con amore e passione fin dall’esordio del 1978, dopo aver contribuito al rilancio della ballata tradizionale cajun ed essersi affermati come "pachucos" band di notevoli capacità individuali sapientemente amalgamate ed in grado di strabiliare dal vivo con performance entusiasmanti, i Lupi provano a guardare avanti. Ma prima di inoltrarsi nella cosiddetta "musica totale", prima di sperimentare nuovi suoni, nuove metriche, prima di destabilizzare qualsiasi confine (con dischi straordinari come "The Neighborhood" e "Kiko"), vanno di nuovo a divertirsi in studio, sguazzando fra sonorità mariachi, vibranti rock and roll, valzeroni tirati e ballate di puro barrio. Sopravviveranno i lupi? Non si sa mai, nel caso loro ci danno dentro al meglio.
L’inizio ("Don’t Worry Baby") è assolutamente trascinante e a dispetto del titolo, ci porta su ritmi indiavolati ed è sorretto da chitarre decisamente rock. E’ l’anima di Cesar Rosas, spinto da T-Bone Burnett, produttore del disco.

L’altra anima del gruppo, quella di David Hidalgo è più incline alla tradizione e alle contaminazioni e si presenta nella seconda traccia, stupenda, "A Matter Of Time", una canzone morrisoniana, nobilitata dal sax del nuovo arrivato Steve Berlin (grande musicista e uomo di consolle).
Il disco viaggia con questo dualismo incrociato, presentando una parte più traditional con canzoni da brivido ("Corrido 1", "Serenata Nortena", grandi ballate da festa paesana), un’altra parte che fa affiorare un deciso amore verso il rock and roll, con pezzi ad alto livello come "Our Last Night", dove convivono chitarre hawajane e fisarmoniche da ballo, "Evangeline" splendida sax and roll song, così come la successiva "I Got To Let You Know" e la conclusiva "Will The Wolf Survive", un rock classico che dimostra le inequivocabili capacità strumentali di tutti i membri della band. Alla luce dei cambiamenti coraggiosi che hanno portato il gruppo a fare il loro splendido "salto in avanti", sono invece da evidenziare, con il senno di poi, i pregevoli tentativi di manipolare le sonorità di casa: anche se non stiamo parlando di soluzioni geniali a problematiche escatologiche, ci piace affermare con un certo trasporto che "The Breakdown" e "Lil King Of Every Thing" sono senz’altro illuminate soluzioni per lambire musicalmente quei territori di confine fra un confine e l’altro dove potrebbero anche non esistere più confini.

Pier Angelo Cantù


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