Minutemen - DOUBLE NICKELS ON THE DIME
1984, SST Records

Quarantacinque canzoni per una ottantina di minuti di musica e parole: una media inferiore ai centoventi secondi per ciascun brano. Non schegge impazzite di furore nichilista, non pillole di barbiturici ad effetto deformante e dissonante ma piccole meraviglie che concentrano in una manciata di secondi l’essenza stessa della forma canzone; il fine ultimo di una ricerca dell’assoluto che attraverso la scarnificazione, la riduzione al sostanziale, conduce ogni singolo pezzo ad una dimensione pressochè perfetta e immodificabile. Canzoni che, tanto sono belle, ti lasciano l’amaro in bocca perchè finiscono troppo presto e, istintivamente, le vorresti prolungare con un altro fraseggio di chitarra, con un altra manciata di parole, anche se ti rendi conto che, in fondo, è già tutto lì, in quelle poche battute, ed ogni aggiunta sarebbe solo una ripetizione, sarebbero solo secondi rubati ad una nuova avventura. Canzoni che a volte, nel volgere di qualche battito di ciglia, ne riescono addiritura a racchiudere altre due o tre: quando ogni singolo strumento sembra andare per conto suo, ed ognuno secondo una dinamica ed una linea melodica ben precisa, pur fondendosi mirabilmente con gli altri in un insieme dal senso perfettamente compiuto.

Canzoni sulle quali un qualsiasi altro gruppo "normale" avrebbe potuto costruire un’intera carriera e che invece loro, i Minutemen, bruciano nelle quattro facciate di questo album (lasciate perdere, se potete, la ristampa in CD che, per contenere il lavoro su un supporto unico, ne stralcia qualche brano) in preda ad un incompromissorio furore creativo che si sarebbe smorzato solo, quel maledetto 22 dicembre del 1985, nel cumulo di lamiere dell’auto in cui D. Boon, voce e chitarra della formazione, vide improvvisamente sfiorire la sua esaltante primavera. La voce e la Fender frenetica di D. Boon, le incredibili scale di basso di Mike Watt, ben deciso a detronizzare la chitarra dalla sua presunta centralità della musica rock, i tempi dispari della batteria di George Hurley: gemme scintillanti del sottobosco hardcore-punk californiano, i Minutemen, con i loro pazzeschi cocktails sonori, appaiono subito "oltre" tutto ciò che li circonda. "Double Nickels On The Dime", anno di grazia 1984, è il loro capolavoro, il capolavoro di un’epoca e uno dei capolavori di sempre, e non meravigliatevi se nelle enciclopedie, nelle top ufficiali, ne troverete a malapena un cenno: spesso, si sa, le pietre più preziose sono anche quelle più difficili da raggiungere. Rock, punk, jazz, folk, finanche qualche briciola di pop, country e psichedelia e, soprattutto, tanto funk: in questi solchi scorre una eccezionale summa di tutto ciò che è stato e, nel contempo, con raro spirito anticipatore, di buona parte di ciò che sarà: il miglior indie-rock e specialmente il crossover (Red Hot Chilli Peppers e Primus in testa) che avrebbe spopolato negli anni a cavallo con la decade successiva, sono già tutti qui.
Impossibile fare citazioni data la mole impressionante di illuminazioni che riempiono questi frammenti sonori, ma sarebbe parimenti inaudito non ricordare almeno "History Lesson Pt. 2", la canzone che più di ogni altra racchiude il senso di un’epoca e di tante esistenze che, assediate dal nulla, hanno trovato nel punk rock la linfa per crescere e per scaldare altre vite: "La nostra band potrebbe essere la tua vita/.../Io e D. Boon abbiamo suonato per anni, ma il punk-rock ha cambiato la nostra vita/Lo imparammo a Hollywood, giungevamo da Pedro/Eravamo degli stronzetti, ci andammo solo per bere e pogare/Il narratore è Bob Dylan per me, la mia storia potrebbe essere una sua canzone ed io il suo soldatino/Noi siamo scienziati del rock, ero E. Bloom, poi Joe Strummer, John Doe/Eravamo io e D. Boon e suonavo la chitarra..." La storia dei Minutemen è tutta in queste poche battute, semplici e concentrate come lo fu la loro folgorante carriera, spesa in un quinquennio di attività e creatività frenetica quasi a presagire che la luce sarebbe stata destinata a spegnersi troppo presto.

di Marco Tagliabue, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 51, marzo 2001


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