Moltheni - FIDUCIA NEL NULLA MIGLIORE
BMG

Una conferma, ma soprattutto un enorme passo avanti nella definizione di una identità artistica tra le più attraenti degli ultimi anni. Onore all’artista Moltheni e al suo merito di dimostrare che l’esordio di "Natura in replay" era davvero carico di promesse, ma soprattutto onore al compianto Francesco Virlinzi che quattro anni fa dette credito alla lettera di un tale Umberto Giardini (il suo vero nome) che con molta educazione ed umiltà gli chiedeva di ascoltare un pugno di canzoni che, a detta dei suoi amici, erano emozionanti. Senza quella intuizione, colta tra le pieghe di una rabbia malinconica espressa con le più sghembe delle liriche spalmate su nudi accordi, oggi non saremmo probabilmente qui a parlare di un capolavoro italiano che può vantare rapporti di buon vicinato con dirimpettai come Radiohead, Muse, Coldplay, Elbow, fino ai più duri ed apocalittici Tool. Stessi affondi nei bianchi e neri del cuore e della mente, stesso mal di vivere disegnato all’interno di uno stupefacente caleidoscopio di parole, stesso spleen che genera struggenti melodie. Non sappiamo quanto contino nello stile di Moltheni i suoi trascorsi scozzesi, le brume, il plumbeo cielo sopra la sua anima di fragile poeta.

Quello che ci interessa è che la sua musica attivi in noi una percezione di assoluta originalità, la probabile risultante di stati d’animo dolenti che spingono verso le vie di uscita della creatività. Una volta Michael Stipe dei R.E.M ha detto che non si possono scrivere buone canzoni quando non c’è tensione, non c’è sofferenza. Un concetto non nuovo che da sempre fa discutere musicisti, cantautori, critici. Di certo una idea condivisa da Jefferson Holte che produce questo "Fiducia nel nulla migliore" e che proprio con Michael Stipe e i R.E.M. ha vissuto lunghi anni di collaborazione. E’ lui il principale responsabile della svolta elettrica di Moltheni, è lui che ha assecondato la scelta dell’artista di spingere verso una drammatizzazione rock delle sue composizioni. Il miracolo è che non si è alterato nulla, non si è appesantito nulla, anzi: la purezza delle sue canzoni, quella ispirazione che si snoda lungo un filo sottile capace di imprevedibili iperboli melodiche, di improvvisi squarci di orizzonte come ad esempio nel primo singolo "Finta gioia", è solo cresciuta sotto la spinta di una forte tensione elettrica. Una energia nuova che velocizza il contatto e che ha il merito di sottolineare le cadenze ipnotiche di una voce capace di aprire voragini di emozioni ad ogni parola che tocca. Dunque nessun tradimento dell’anima delle canzoni di questo artista che rimangono genuinamente unplugged per la loro stessa natura di canzoni belle, impietose e crudeli nei confronti della vita: dalla lapidaria "Zenith", a "Qualsiasi aprile", a "Finta gioia", "Curami Deus", "Mondodown", "Misma", "Il bowling o il sesso", fino alla più visionaria delle canzoni d’amore "E poi vienimi a dire che questo amore non è grande come tutto il cielo sopra di noi", finirete per amare pazzamente questo disco.

Prandini Andrea


torna all'elenco
 
collegamento ad un sito sull'artista