Morphine - THE NIGHT
2000, Ryko

Questo è un disco che resterà nella storia, quella musicale, che osserva le nuove strade del rock alternativo, quella personale di ciascuno, che osserva la sofferenza della vita da vicino. E’ un colpo allo stomaco, un urto di violenta dolcezza e non solo perché ciò che ci resta di Mark Sandman ora è solamente la sua inquieta voce registrata. Se lasciamo che "la musica parli di sé" (come diceva spesso Mark), The Night ci parlerà di noi, del nostro lato oscuro, di quell’essenzialità fatta di momenti veri e sofferti, quelli che ci mantengono in comunione con il senso della vita stessa, quelli che accompagnano i nostri cambiamenti.
E musicalmente il disco è un urgente itinerario di cambiamento, un insieme di passi di purezza notturna, costruito con cura attraverso diverse fasi, con l’intento di dilatare le scarne sonorità dei precedenti dischi del gruppo e trarne una maggiore tridimensionalità mediante suoni più ricchi e stratificati. Suoni che potevano forse meglio rappresentare il bisogno di Mark di far viaggiare quelle risonanze che concepiva e registrava di getto nella sua mente (ricavandone poi gli strumenti adeguati e necessari a riprodurle, come il basso slide a due corde o il tritar).

La complessità musicale è però adagiata sul consueto pathos emotivo, sinceramente oscuro, desolatamente ossessivo, ancorato a tutte quelle inquietudini che riempivano davvero il fragile cuore di Mark, solo un poco attenuate dai nuovi strumenti utilizzati. Ma sarebbe ingeneroso ridurre tutto a questo, perché l’evoluzione del risultato sonoro è anche frutto del lavoro sofferto di Billy e Dana, e di numerosi e importanti sessionists (John Medeski, Mark Rivard e il primo batterista Jerome Deupree) sicchè il marchio di fabbrica Morphine rimane costante. Una sofferta sintonia con le spinte di Mark, anche quando, dopo, occorreva solamente portare a compimento gli schizzi da lui disegnati.
Episodi cupi e rarefatti (The Night), cedono spazi a crudi inserti di tastiere (Top Floor, Bottom Buzzer,), soffi di arabeschi orientali (Rope On Fire) emergono dietro una ritmica imponente, precisa e dolente (The Way We Met), nudi dolori vengono offerti da una voce ancora più scavata (Like A Mirror).
Un disco difficile dunque e affascinante, pieno di buio e di faticoso respiro. E se il problema è dove collocarlo all’interno di un genere musicale, di un’etichetta bè, per una volta lasciamo stare. Collochiamolo dentro di noi, profondamente e senza ritegno.

di Pier Angelo Cantù, tratto dalla rivista Late For The Sky, 45, marzo 2000


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