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Mountain
Heart - THE JOURNEY
2001, Doobie Shea Records
In
pochissimo tempo la Band dei Mountain Heart si è guadagnata di
diritto una pagina nel libro della storia del Bluegrass. Quasi esordienti,
arrivano quasi tutti dalla scuola di Doyle
Lawson e come Doyle Lawson sono fedeli alla musica Bluegrass tanto
quanto alla musica Gospel diventando al pari del loro mentore un punto
di riferimento per i fans di questo genere musicale.
Capitanati (alla voce) da Steve Gulley, dimostrano di credere tantissimo
in quello che cantano e suonano tanto da darvi la possibilità
ascoltandoli di riuscire a vedere dentro di loro e realizzare quanta
fede ci sia nella loro musica se ve la cavate un po’con l’Inglese.
Canzoni dai titoli come "The Scars In His Hands" (Le ferite
nelle sue mani) oppure "What A Time In Heaven" (Che tempo
in Paradiso) o ancora "The Gospel Train" (Il treno del vangelo)
non lasciano certo dubbi sul contenuto di questo disco.
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Ma
guardiamo il disco anche dal punto di vista musicale e non solo dei
testi. I Mountain Heart sono tutti ottimi musicisti e lo dimostrano
ampiamente in "The Journey" anche se non siamo di fronte ad
una di quelle Band che cerca di stupire l’ascoltatore con assoli il
più veloce possibili ma soprattutto con melodie suggestive e
armonie vocali quasi uniche nel Bluegrass.
A spalleggiare Steve Gulley alla voce si alternano un po’ tutti, ma
le sorprese sono la bellissima voce basso del violinista Jimmy VanCleve
e soprattutto scoprire che finalmente Barry Abernathy non si limita
al suo fantastico modo di suonare il banjo ma, vinta la timidezza, ha
deciso di dedicarsi pure al canto, sia lead che background con ottimi
risultati. Chi non conosce Barry e non lo hai mai visto suonare dal
vivo non può rendersi conto di quello che riesce a fare col banjo.
Barry manca di tre dita e mezzo nella mano sinistra (quella che deve
fare gli accordi sul manico), ma ha creato un modo di suonare unico
che malgrado l’handicap lo ha reso uno dei migliori banjoisti in circolazione.
Anni fa, quando lo vidi suonare per la prima volta ai tempi della sua
militanza con Doyle Lawson, mi fermai al termine del concerto a parlare
con Doyle e quando gli chiesi come diavolo faceva Barry a suonare il
banjo lui mi rispose: "E’ Dio che suona per lui". A vederlo
ci si potrebbe anche credere.
"The Journey" parte subito con un pezzo che mette in risalto
l’abilità vocale di tutti i componenti, "Wings Of Love"
seguito da "The Scars In His Hands" che sembrerebbe un pezzo
scritto da Ronnie Bowman ed invece si tratta
di uno degli originali scritto da Steve Gulley. Gli originali scritti
dalla Band sono solo due e l’altro, anche questo scritto da Steve Gulley,
"John", ci presenta alcuni ospiti illustri: Jim Hurst alla
chitarra, Missy Raines al basso e l’ormai onnipresente Rob Ickes al
dobro. "John" è sicuramente un pezzo dai contenuti
gospel ma dal ritmo decisamente accattivante e cantato alla grande a
due voci da Steve e Barry.
Bellissimo brano a tre voci, "What A Time In Heaven" con un
perfetto assolo di Jimmy VanCleve al violino. Non potevano certo mancare
pezzi a cappella. Ne troviamo un paio in questo disco: "Travelin
Shoes" e la splendida "The Gospel Train" dove i ragazzi
oltre a cantare, e bene, riescono pure, con la voce, a riprodurre il
suono del treno. Tutte interessanti comunque anche le canzoni che non
ho menzionato, in particolare la canzone che chiude l’album, la lunghissima
(oltre otto minuti e mezzo) "Not Long For This Heart", se
non altro per la sua originalità che si stacca e di molto dallo
stile che caratterizza i Mountain Heart. E’ un pezzo molto lento con
pianoforte, cello e con il basso suonato con l’archetto. Non è
il brano che preferisco e lo trovo forse un po’ troppo lungo e lento
ed averlo inserito in chiusura di album potrebbe far venire la tentazione
di spegnere lo stereo prima che sia finito.
Disco comunque di livello altissimo soprattutto per le splendide armonie
vocali.
Roberto
Campovecchi
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