Neil Young with Crazy Horse - ZUMA
1975, Reprise Rec.

Se ne sta parlando da un po’: il rock è vecchio, stanco, si trascina ecc. E poi: chi lo deve suonare? Lo suonano i vecchi ecc. A me sembra che il rock (and roll) suonato da certi vecchi coi capelli bianchi e il fisico scassato sia di gran lunga ancora molto vitale e vivo (mi è capitato di vedere band di giovani con le chitarre in mano, alcuni mi sembravano alquanto ridicoli). L’elenco è chilometrico, una strada meravigliosa che va da Keith Richards a Willie Nelson, Jimmy Page, provate a pensarci.
In ogni caso è tutta gente che è nata più o meno quando è nato il rock, come nel caso del nostro amato Neil Young, che ha stabilito fin dall’inizio con la musica un legame indissolubile, lottando contro gli aggiustamenti del mercato e chissà quante altre cose. Del bisonte sto aspettando da una vita la (faticosa) ristampa in CD di "On The Beach", fa parte del periodo che amo di più, dagli inizi fino a "Live Rust", forse perché ero giovane anch’io e quelle canzoni le suonavo in modo viscerale e me le portavo dentro.
Zuma fa parte di questo periodo, quando Neil venne invitato dai Crazy Horse per ascoltare il nuovo chitarrista Frank Sampedro (cercavano da tempo qualcuno per colmare il vuoto lasciato da Whitten). E tutta l’energia creativa sprigionata in quelle session è stata rilasciata poi lentamente, in seguito, ma qui dentro ce n’è a palate, compresi i significati più profondi di un cambiamento altrettanto profondo in atto nella testa e nel cuore del canadese.

Ripercorse, queste canzoni sono più che mai vive, almeno nel cuore di chi scrive. Apre "Don’t Cry No Tears" e c’è molto Neil Young in questa grintosa e malinconica canzone (…Bè, mi chiedo chi sta con lei stanotte, mi chiedo chi la tiene stretta, ma non posso dire nulla per allontanarlo. Oh, l’amore sincero non è difficile da riconoscere. Non piangere lacrime su di me). Non male come inizio. Poi "Danger Bird" con tutto il sentire civile espresso in modo così dolce e grintoso nello stesso tempo. Di seguito si ritorna su un tema molto caro a Neil Young, con una canzone dall’andatura introversa, acustica, impreziosita da inserti di chitarre soffuse e cori obliqui: "Pardon My Heart" credo abbia insegnato a scrivere a una moltitudine di nipotini venuti poi ad affacciarsi con successo o meno dentro la storia del rock ("…Che triste comunicare con poco in cui credere, quando uno non da e l’altro finge di ricevere…"). Avanti poi con una delle mie preferite, "Lookin’ For A Love", un ballabile storto, tipica andatura da Crazy Horse, ma la canzone non è allegra, c’è inquietudine, ricerca ("…nei suoi occhi scoprirò un’altra ragione per vivere e trarre il meglio da ciò che vedo….Cerco un amore giusto per me, non so quanto mi ci vorrà, ma spero di trattarla bene e di non incasinarle la testa, quando si accorgerà del mio lato più oscuro"). Ma non basta perché arriva "Barstool Blues" e qui c’è quasi tutto nella voce e nella Gibson ("…una volta un mio amico è morto di un migliaio di morti…"). Dopo "Stupid Girl", uno dei tanti moti di attenuato rancore, cantato magnificamente su due registri e venato da un’ironia sardonica e dopo lo struggimento lancinante della potente "Drive Back" (qui c’è un grande Sampedro), ci inchiniamo di fronte alla magia senza tempo di "Cortez The Killer" (che pare sia stata registrata più o meno lo stesso giorno di "Like A Hurricane", vengono i brividi a pensarci). La canzone sembra una riflessione trasfigurata, applicabile a qualsiasi cosa (superficialità, mancanza di rispetto, tempo che passa, rock, difficoltà a costruire, facilità a distruggere…), ma è ancora nella musica che il canadese ci schianta. La struttura è semplicissima, eppure la canzone ti avvolge, ti stritola, potrebbe durare ore, insieme al suggestivo racconto dell’arrivo del predatore della civiltà Azteca.
Il disco si chiude con una canzone proveniente da altre session e ci ripresenta il megasupergruppo. "Through My Sails", che era passata così in sordina, rappresenta ora qualcosa di magico, quel qualcosa di impercettibile e di indescrivibile (ma anche di ineludibile) che "Lookin’ Forward" forse non è riuscito a restituirci.

diPier Angelo Cantù, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 44, gennaio 2000


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