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Neil
Young with Crazy Horse - ZUMA Se
ne sta parlando da un po’: il rock è vecchio, stanco, si trascina
ecc. E poi: chi lo deve suonare? Lo suonano i vecchi ecc. A me sembra
che il rock (and roll) suonato da certi vecchi coi capelli bianchi e
il fisico scassato sia di gran lunga ancora molto vitale e vivo (mi
è capitato di vedere band di giovani con le chitarre in mano,
alcuni mi sembravano alquanto ridicoli). L’elenco è chilometrico,
una strada meravigliosa che va da Keith Richards a Willie Nelson, Jimmy
Page, provate a pensarci. |
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Ripercorse,
queste canzoni sono più che mai vive, almeno nel cuore di chi
scrive. Apre "Don’t Cry No Tears" e c’è molto Neil
Young in questa grintosa e malinconica canzone (…Bè, mi chiedo
chi sta con lei stanotte, mi chiedo chi la tiene stretta, ma non posso
dire nulla per allontanarlo. Oh, l’amore sincero non è difficile
da riconoscere. Non piangere lacrime su di me). Non male come inizio.
Poi "Danger Bird" con tutto il sentire civile espresso in
modo così dolce e grintoso nello stesso tempo. Di seguito si
ritorna su un tema molto caro a Neil Young, con una canzone dall’andatura
introversa, acustica, impreziosita da inserti di chitarre soffuse e
cori obliqui: "Pardon My Heart" credo abbia insegnato a scrivere
a una moltitudine di nipotini venuti poi ad affacciarsi con successo
o meno dentro la storia del rock ("…Che triste comunicare con poco
in cui credere, quando uno non da e l’altro finge di ricevere…").
Avanti poi con una delle mie preferite, "Lookin’ For A Love",
un ballabile storto, tipica andatura da Crazy Horse, ma la canzone non
è allegra, c’è inquietudine, ricerca ("…nei suoi
occhi scoprirò un’altra ragione per vivere e trarre il meglio
da ciò che vedo….Cerco un amore giusto per me, non so quanto
mi ci vorrà, ma spero di trattarla bene e di non incasinarle
la testa, quando si accorgerà del mio lato più oscuro").
Ma non basta perché arriva "Barstool Blues" e qui c’è
quasi tutto nella voce e nella Gibson ("…una volta un mio amico
è morto di un migliaio di morti…"). Dopo "Stupid Girl",
uno dei tanti moti di attenuato rancore, cantato magnificamente su due
registri e venato da un’ironia sardonica e dopo lo struggimento lancinante
della potente "Drive Back" (qui c’è un grande Sampedro),
ci inchiniamo di fronte alla magia senza tempo di "Cortez The Killer"
(che pare sia stata registrata più o meno lo stesso giorno di
"Like A Hurricane", vengono i brividi a pensarci). La canzone
sembra una riflessione trasfigurata, applicabile a qualsiasi cosa (superficialità,
mancanza di rispetto, tempo che passa, rock, difficoltà a costruire,
facilità a distruggere…), ma è ancora nella musica che
il canadese ci schianta. La struttura è semplicissima, eppure
la canzone ti avvolge, ti stritola, potrebbe durare ore, insieme al
suggestivo racconto dell’arrivo del predatore della civiltà Azteca. diPier Angelo Cantù, tratto dalla rivista Late For The Sky, n. 44, gennaio 2000 |
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