Nick Cave And The Bad Seeds - KICKING AGAINST THE PRICKS
1986, Mute Records

Il magnifico disco in questione, una delle perle nella discografia del nostro, non contiene canzoni di Cave; è uno sforzo interpretativo, un punto della situazione, un esame di coscienza sulle proprie influenze. Blues, godspel, country, pop, rock , letteratura e un po’ di coraggio, il coraggio dell’umiltà, punto di partenza che può rendere grande qualsiasi cover. Il titolo è un illuminato esempio circa il dualismo interno, le anime di Nick Cave: citazione dagli Atti degli Apostoli, rimando beckettiano, ma anche scurrile e minaccioso gioco di parole in netta provocazione con la critica musicale britannica, pronta a massacrare qualsiasi passo falso dello scomodo autore australiano.
Divertiti, ispirati e in perfetta sintonia, Nick e i Semi del Male (Adamson, Harvey, Bargeld e Wydler in formazione) stendono una lista di canzoni che vengono registrate a Melbourne in un paio di giorni nel novembre del 1985 e successivamente arricchite col contributo di vecchi e nuovi amici (Hugo Race, Roland Howard, Tracy Pew) qualche settimana dopo. Perfino la signora Dawn Cave, amatissima madre di Nick, fornisce il suo apporto in una parte di violino. La fretta di ritornare a mettere mano al romanzo (Swampland il titolo provvisorio) e le parole già spese con Hillcoat per la musica e la sceneggiatura di "Ghost Of The Civil Dead" non lasciavano troppo spazio per cincischiare attorno al disco, cosicchè, suonate una ventina di canzoni di getto, il problema era semmai selezionare le più rappresentative, le più riuscite, le più somiglianti all’anima nera di Cave.

Entusiasti del lavoro, Nick e i suoi si accorgono ben presto che le canzoni sono vive e vitali, suonano in modo personale e sembrano uscite dal cuore e dalla penna del tenebroso. Alcune stupiscono la band stessa, che decide di mettere con calma nelle mani del fidato e illuminato Flood la delicata fase di missaggio. La magica trasformazione è avvenuta, l’assimilazione ha scaturito un capolavoro e il disco resta un punto fermo nella discografia di Nick Cave.
Apre una versione da brivido di un pezzo pop di John Bundrick, Muddy Water, ed è subito un’atmosfera secca, tesa e cupa, resa glaciale dal violino di Dawn; subito arriva l’omaggio al blues con un brano spettrale di John Lee Hooker, "I’m Gonna Kill That Woman", restituito da Cave in modo scarno e rumoristico. Scusate ma l’elenco è quasi doveroso: accanto a una trasognata "Sleeping Annaleah" (un successo di Tom Jones) appare il godspel nerissimo con cui viene stravolto il "leggero" "Long Black Veil" (Cash) e subito dopo un altrettanto stravolta ossessiva "Hey Joe" che sembra mettere paura perfino a Jack lo Squartatore. Un altro omaggio a Johnny Cash, con la polverosa "The Singer" (mentre un ulteriore brano del "Man In Black", "Bullrider", andrà nella lista degli "scarti"). Ultima del primo lato un’allucinata "Black Betty", doveroso rimando all’amatissimo Leadbelly (finisce invece nel cestino John Henry). Appare anche Roy Orbison, la cui sognante "Running Scared" viene metabolizzata in modo appassionato e commovente, in un crescendo fedele su cui c’è poco da commentare. A sorpresa, ma immancabili, i Velvet Underground deliziano le inquietudini rumoristiche di Blixa Bargeld: "All Tomorrows Party" viene reinventata in una versione sadomaso che non è niente male (conferma comunque la duttilità dei pezzi della band di Lou Reed che nemmeno i Duran Duran sono riusciti a massacrare). Dopodichè una sequenza più abbordabile ci mostra il lato romantico di Nick, presentandoci una dolente "By The Time I Get To Phoenix" (di Jim Webb ma ispirata alla versione fiume di Isaac Hayes) e più avanti una splendida proposta riabilitativa di "Something’s Gotten Hold Of My Heart", le cui suggestioni sonore saranno tenute in caldo fino al capolavoro "The Good Son", partorito dall’esperienza brasiliana cinque anni più avanti (rimarcando che il brano era un hit di Gene Pitney). Godspel tradizionale e fedele con "Jesus Met The Woman At The Well" (testo strepitoso, alla Nick Cave!) e finalino leggero ma di grande presa con un pezzo dei Seekers, "The Carnival Is Over", brano perfetto per un lungo addio.
Emozionante, puro, sconvolgente e scandaloso: lasciate per un attimo abbrustolire le salamelle, ignorate un secondo i richiami delle sirene, le steel e le dobro e fatelo girare nel lettore. Lo spot perfetto concluderebbe così: vi stupirà. Però è vero.

diPier Angelo Cantù, tratto dalla rivista Late For The Sky


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