Neil Young - LIVING WITH WAR
2006, Reprise - Wea

Pochi mesi fa Neil Young ha pubblicato "Paririe Wind", il disco dove "riportando tutto a casa", parlava dei ricordi, del natio Canada, della famiglia. Quel disco si concludeva con "When God Made Me", canzone pacifista (la sua "Imagine") con tanto di coro gospel; ora, dopo aver fatto i conti con se stesso, finalmente sereno, il canadese riparte proprio da dove l'album precedente finiva, con rinnovata forza e rabbia, e ci regala un disco corrosivo, sia nei testi sia nelle musiche, tutto elettrico, con il solo aiuto di Rick Rosas al basso, Chad Cromwell alla batteria, Tom Bray alla tromba, e un coro di ben cento persone a supportarlo nel canto e nel dare ancora più forza a ciò che il canadese sente l'urgenza di dire.
Il suono ricorda la "gloria stracciona" di tanti anni fa e nelle intenzioni sfiora in violenza quello che aveva con i Crazy Horse durante il tour della prima guerra del golfo. E se lì era Bush padre nel mirino della sua Gibson (che, forse non "uccide i fascisti", ma comunque "spara canzoni che fanno male"), qui è George W. a subire gli attacchi di Young, che si unisce idealmente ai vari Steve Earle, James Mc Murtry, Greenday, Dixie Chicks, Pearl Jam.

Lasciati ancora a riposo i Crazy Horse, ritenuti forse poco adatti per l'incisività che Neil vuol dare ai nuovi pezzi, le canzoni suonano comunque in perfetto stile Young, ma con l'uso della tromba e dei cori a portare una ventata di novità. Metal-folk-protest songs: così Young ha definito queste canzoni.
"After The Garden" apre il disco: le persone sono alla ricerca del Paradiso, quando l'unico che abbiamo è qui sulla Terra e lo stiamo distruggendo, anche con la guerra che è costantemente al nostro fianco, ogni giorno, come in "Living With War".
Al terzo pezzo arriva il botto e il disco cresce: nessuno al mondo sente il bisogno di avere al governo politici capaci solo di menzogne e "The Restless Consumer" arriva dritta al cuore della questione.
"Shock And Awe", con la sua tromba che sembra riecheggiare sui campi di battaglia, è metal-Morricone-protest song.
"Families" ci racconta dei cadaveri dei soldati che tornano alle loro case avvolti nei sacchi, le tristemente note body-bags.
"Flags Of Freedom" potrebbe diventare uno dei cavalli di battaglia dell'ormai prossimo "Freedom Of Speech Tour" a nome Crosby, Stills, Nash, Young. Molto dylaniana, ricorda "Chimes Of Freedom". Cromwell e Rosas non sbagliano un colpo e ci ricordano che erano la base ritmica di un album dove la parola Libertà aveva una grande importanza, Freedom appunto, che includeva "Rockin' In The Free World", vero inno rock degli anni '90.
La tromba all'inizio di "Let's Impeach The President" è Bush che vuole stendere il silenzio sulle bugie raccontate agli americani, ma è il coro a zittire lui e a ricordargli che ha abusato dei suoi poteri. E' l'atto di accusa nei confronti del presidente americano, e subito dopo, con "Lookin' For a Leader" ci si augura che si possa cambiare, forse con una donna, oppure con un uomo di colore (ma perché non si parla mai di native american?), comunque con una persona onesta, che non può certo essere quella che c'è adesso.
"Roger And Out" è la più crazyhorseiana nell'andamento lento, come tante ballate elettriche younghiane del passato.
"America The Beautiful", il classico di Katharine Lee Bates scritto a cavallo tra ‘800 e ‘900, cantata a cappella dai cento coristi, chiude il disco. Un disco che gran parte delle radio americane boicotteranno, ma che sta facendo e continuerà a far discutere; un disco che non manca però di appeal commerciale e che almeno in Europa potrebbe incontrare i favori di chi vuole muovere a tempo il piede e farsi una qualche corsa in macchina.
Ma, quando si vive in stato di guerra, non può essere solo rock'n'roll.

Luca Vitali



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