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Radiohead
- OK COMPUTER
1997, EMI/Capitol
Fino
a quando si tratta di riavviare Windows non trovo alcun problema, ma
recensire un album dei Radiohead è tutt’altra cosa! Non solo
mi sento a corto di terminologia, il fatto è che fiumi di inchiostro
sono stati già adoperati per parlare di uno dei migliori lavori
musicali degli ultimi 10 anni…Rischierò infatti di ripetere cose
dette e ridette. Premetto inoltre di aver ascoltato "Ok Computer"
almeno duecento volte e di avere comunque bisogno, ai fini della recensione,
di qualche ulteriore ascolto!
Play.
"Airbag". Il sound è decisamente industrial:
chitarre distorte e rumorose, batteria ovattata ed offuscata, ritmiche
irregolari caratterizzate da interventi di basso che esplodono all’improvviso
in corrispondenza o alternati alla voce di Mr. Yorke. Sublime.
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"Ok
Computer" inizia con la storia di una vita salvata dalla tecnologia,
quest’ultima, però, paradossalmente, sarebbe stata la stessa
ad averla potuta spezzare: la velocità di un automobile causa
un incidente mortale, ma il conducente si salva grazie all’airbag. Un
episodio dal significato molto sottile e profondo. Costruiamo cose che
(fra l’altro) distruggono: un po’ il tema principale di tutto l’LP.
Tuttavia questo punto di vista non è puramente polemico bensì
consapevole e rassegnato: Ok Computer, hai vinto! Naturalmente hai vinto
grazie alla congenita contraddittorietà dell’uomo, del mondo
e anche di Thom Yorke!
Durante la "lettura" dell’album, poi, si delinea un altro
aspetto sottile: l’uomo stesso, in preda al materialismo esasperato,
diviene una macchina ed in quanto tale non si volta a guardare, non
prova sentimenti, lavora e produce secondo degli schemi.
"Airbag" da sola avrebbe costituito un punto di riferimento
per qualsiasi musicista a venire. Un capolavoro che non ha precedenti
né teme confronti. Essenza di originalità, apice di genialità,
alienata ed alienante, aliena.
Certo, ma in fondo gli alieni siamo noi; così come vengono descritti
in "Subterranean Homesick Alien". Ancora una volta i nostri
amici di Oxford danno esempio di una audacia che raramente genera prodotti
così immediati. "Subterranean Homesick Alien", pur
essendo estremamente fuori dal comune, suona molto pop grazie
alle melodie brillanti e trascinanti. Il tempismo ed i suoni impiegati
nell’arrangiare questo brano producono un effetto di grande fluidità;
in alcuni momenti si ha l’impressione di ascoltare un liquido che scorra
su di un letto di rocce accuratamente scolpite. I testi, ricchi di metafore
penetranti, sono figli di un poeta autentico: "…trapanano i loro
corpi per tramandare i propri segreti!" è un modo molto
stravagante per riferirsi alla riproduzione, "…quanto mi piacerebbe
se arrivassero in picchiata, mentre guido di notte in una strada di
campagna...", descrive l’inconsolabile e nostalgica voglia di amore
o, almeno di amicizia.
In molti episodi i testi sono invece provocatori e masochisticamente
autocelebrativi e vengono accompagnati da una macchinazione musicale
essenziale di stampo palesemente lo-fi. A riguardo è
d’obbligo segnalare "Exit Music (For a Film)", "Fittier
Happier" e "No Surprises".
Poi c’è una nenia che diventerà presto la vostra canzone
preferita; si tratta di "Let Down". Si parte con un arpeggio
delicatissimo che preannuncia una grave afflizione. Come sempre la parte
ritmica è molto raffinata e mai ripetitiva, come a contrastare
il canto lagnoso. Non mi sembra di aver mai sentito un pezzo la cui
musica suggerisca così chiaramente ciò che viene espresso
dalle parole. Ma la mia è una mera suggestione.."Attento
a non andare sul sentimentale!", dice Yorke ironicamente, "..persone
insoddisfatte si aggrappano a bottiglie; al fondo così così..",
questa volta c’è poca ironia. "Deludi e continua sulla tua
strada, come una mosca schiacciata a terra", "gusci rotti,
i fluidi sgorgano, le ali tarpate e le gambe vanno..istericamente ed
inutilmente": per quanto lontano riusciremo ad andare e per quante
cose riusciremo a portare con noi, in senso figurativo e non, saremo
sempre soli, in fondo.
Con "Ok Computer" i Radiohead entrano consolidatamene a far
parte dell’Olimpo dell’atmosphere rock, al fianco di pochi altri
nomi (Sparklehorse, Flaming Lips, Mercury Rev e un gruppo Islandese,
misconosciuto quanto eccezionale, che risponde al nome di Sigur Ros).
Un disco variopinto in cui si percepiscono le rimanenze rock, depurate
ed addolcite, di "The Bends" con qualche distorsione in meno
ed emozionanti interventi elettronici di cui il precedente album era
privo. Si colloca esattamente fra il citato "The Bends" ed
il penultimo "Kid A" (che è ricchissimo di elettronica,
forse troppa). La definitiva maturazione dei Radiohead coincide con
questo lavoro che non lascia spazio a prevedibilità e banalità;
al contrario, siamo testimoni di evoluzioni sonore improbabili: cambi
di mood, di tempo, cori in contro voce, reprise, percussioni
in levare, ecc. Il tutto anche in un solo brano! ("Paranoid Android")
Insomma più che un album è una raccolta di gioielli trillanti
che non conoscono invecchiamento (se non simile a quello che si attribuisce
al buon vino) e che saranno sempre rincorsi ed invidiati da tutte le
band del mondo.
Francesco
Collepardo
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